Padova, Città di San Antonio

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La città di Padova deve sicuramente la sua notorietà, a San Antonio, essa è comunque una delle maggiori città d'arte italiane, segnata da oltre 3000 anni di storia.
Sin dal IV sec. a.C. il più importante centro dei Veneti, Patavium divenne una delle più prospere città dell'impero romano. Di essa restano, purtroppo, solo i ruderi del grande anfiteatro, qualche ponte e le preziose testimonianze conservate nel Museo Civico.
La città fu infatti rasa al suolo dai Longobardi nel 602.
La ripresa fu molto lenta e fu guidata dal ruolo propulsivo del clero diocesano e dei benedettini di S.Giustina.
Nel XII sec, Padova è libero comune: nei due secoli successivi conosce un rapido sviluppo e con la signoria dei Carraresi (1338-1405) raggiunge l'apice della sua potenza politica, estendendo il suo dominio su buona parte del Veneto centrale. È un periodo di straordinario fervore religioso, economico e culturale che ha lasciato segni indelebili sulla città : la cerchia muraria medievale, i grandi edifici civili e religiosi, prima tra tutti la Basilica del Santo iniziata nel 1232, la fondazione dell'Università (1222), la seconda d'Italia, cui accorrono maestri e scolari da tutta l'Europa.

Padova rappresenta la porta dell'Est per il turismo religioso in italia; assieme a Loreto, Assisi e Roma, è una delle mete più frequentate dai pellegrini che ogni anno percorrono l'Italia dei luoghi sacri.
Padova è nota in tutto il mondo per essere la città di Sant'Antonio, chiamato anche semplicemente il "Santo"; la Basilica costruita nel 1232, è un luogo di pace e di preghiera, meta ogni anno di migliaia di fedeli. oltre alla Basilica di San Antonio è anche molto frequentato il Santuario di San Leopoldo Mandic, il frate cappuccino di origine croata, detto il "Frate confessore" proclamato santo da Papa Giovanni Paolo II  In città comunque, esistono anche altri importanti mete religiose, come la Basilica di S. Giustina, una delle chiese più grandi della cristianità e che conserva al suo interno le spoglie di San Luca, uno dei quattro evangelisti, o il Duomo con a fianco il Battistero del XII secolo. Nei dintorni di Padova si trovano poi la famosa Abbazia benedettina di Praglia, il Santuario della Madonna della Salute a Monteortone, il Santuario delle Sette Chiesette a Monselice la cui visita procura l'Indulgenza Plenaria essendo parificata alla visita delle sette Basiliche Romane ("Romanis Basilicis Pares"), l'eremo camaldolese del Monte Rua dalla rigida clausura, il Santuario del Noce a Camposampiero (sul luogo dove S.Antonio tenne un famoso sermone), il Santuario del Tresto ad Ospedaletto.

Si capisce quindi che la città, grazie allo straordinario patrimonio religioso e all'intensa presenza spirituale del Santo più amato del mondo, merita di essere riconosciuta come una delle capitali della fede cristiana mondiale.
Una forte fede che si è intessuta con un grande fervore artistico lasciando in Padova e Provincia meravigliosi capolavori, scrigni di tesori d'arte d'ogni tempo.
Per la visita dei principali luoghi della fede si può partire dalla Basilica di S.Antonio, maestoso e complesso edificio religioso iniziato nel 1232, un anno dopo la morte di s.Antonio.
L'aspetto esterno della Basilica è un misto di lombardo, toscano e bizantino; di architettura tipicamente orientale sono le 8 cupole e i due campanili. L'interno è a croce latina e a tre navate che si uniscono in semicerchio dietro la tribuna, dove si aprono nove cappelle radiali. Le navate sono separate da grandi pilastri.
Nella Cappella del Santo, opera di vari artisti tra cui Tullio Lombardo, Andrea Briosco e Gianmaria Falconetto, è custodita la tomba (arca) di San Antonio. La Basilica conserva insigni opere d'arte antiche e contemporanee tra cui la Cappella del Beato Luca Belludi interamente affrescata da Giusto de' Menabuoi (1382), la Cappella di San Giacomo e San Felice con bellissimo ciclo pittorico di Altichieri da Zevio (1374-78), l'altare maggiore con le sculture di Donatello tra cui spicca il Crocifisso (suo è anche il monumento equestre al 'Gattamelata' sul piazzale della Basilica) e poi ancora opere di scuola giottesca, di Sansovino, Briosco, Parodi, Casanova, Oppi, Annigoni.
Bellissimi sono pure i chiostri del convento.
Su piazza del Santo si affacciano l'Oratorio di s.Giorgio, cappella gentilizia dei marchesi Lupi di Soragna, eretta nel 1377, interamente affrescata da Altichieri da Zevio (1379-1384)con le storie di S. Giorgio, S. Caterina d'Alessandria e S. Lucia, la Scuola del Santo che conserva dipinti di epoche diverse aventi come unico tema San Antonio, e il Museo Antoniano, inaugurato nel 1995 in occasione dell'ottavo centenario della nascita di San Antonio.
Il Duomo, al cui progetto partecipò Michelangelo, fu compiuto tra il XVI ed il XVIII secolo, su progetto di Andrea da Valle. Il Presbiterio è abbellito da magnifiche statue dell'artista contemporaneo toscano Giuliano Vangi (inaugurato nel 1997). Collegato alla Cattedrale è il Battistero del XII secolo.
L'interno fu interamente affrescato da Giusto de' Menabuoi nel 1375-78 con le storie della Genesi, dell'Apocalisse e di SanGiovanni Battista, al quale il Battistero è intitolato.

Il panorama artistico cittadino trova come suo indubbio protagonista Giotto, che compie a Padova, nella Cappella degli Scrovegni, il suo capolavoro; al grande fiorentino seguono Guariento, Altichiero, G. de' Menabuoi, che lasciano stupendi cicli di affreschi.
Nel 1405 Padova è unita al dominio di terraferma di Venezia, ma mantiene il primato artistico fino alla metà del '400 grazie a Donatello e Mantegna. Nel '500, sotto il governo della Serenissima, Padova conosce un grande rinnovamento.
La città è circondata da una nuova cinta muraria bastionata che ne determina la definitiva forma urbana. Sorgono nuovi edifici pubblici e maestose chiese; l'Università vive un periodo di grande splendore: vi insegna, fra gli altri, Galileo Galilei e si inaugurano, primi in Europa, l'Orto Botanico ed il Teatro Anatomico. La scenografica sistemazione del Prato della Valle, conclude, a fine '700, i quattro secoli di dominio veneziano. Padova passa all'Austria fino all'annessione al Regno d'Italia (1866). Nonostante le distruzioni belliche ed alcuni interventi poco rispettosi dei valori ambientali, Padova conserva pressochè intatta la sua inconfondibile struttura urbana, fatta di strette vie porticate e di piazze monumentali, di case modeste e di imponenti edifici che custodiscono splendidi tesori.

Anche il territorio provinciale possiede un patrimonio artistico, naturalistico e culturale vastissimo ma spesso poco noto. Basti pensare ai Colli Euganei, alle ville e castelli sparsi su tutto il territorio, ai santuari, ai monasteri, alle chiese dei diversi ordini monastici ai luoghi di alta spiritualità, alle città murate medievali (Este, Montagnana, Monselice, Cittadella..).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La costruzione della Basilica di Sant’Antonio fu cominciata nel 1232, la nuova chiesa, a croce latina, inizialmente era ad una sola navata, con un breve transetto su cui si aprivano, accanto all’altare maggiore, due piccole cappelle, l’abside era corta e bassa. Dopo una sospensione  i lavori vennero ripresi, furono aggiunte le navate laterali e si prolungò l’abside con il coro. La lunghezza totale della chiesa attuale è di m. 115; la larghezza massima di m. 55; il perimetro si svolge per circa 310 m. le guglie dei campanili si ergono fino a 68 m. Questa costruzione era già ultimata nel 1263, quando il corpo del Santo fu traslato e sepolto al centro della crociera, davanti all’altare maggiore. Successivamente si decise di rendere più solenne e ampio l’edificio: la facciata venne ridisegnata e completata; si prolungò di molto la parte absidale, facendo correre ad anello, dietro il coro, un deambulatorio, contornato all’esterno da nove cappelle disposte a raggiera; alle estremità del transetto si aprirono due ampie cappelle, una dedicata a sant’Antonio, l’altra a San Giacomo; infine si innalzarono le sei cupole, e i campanili. Questa costruzione era ultimata nel 1310, anno in cui le spoglie del Santo vennero trasferite nella nuova cappella del transetto a lui dedicata, detta perciò anche dell’Arca (cioè la tomba). Seguirono altri aggiustamenti, come il rifacimento dei campanili (in forma ottagonale, traforati da molte strette finestrelle, le più alte ad archi moreschi) e l’aggiunta della settima cupola. La struttura sostanziale dell’edificio non subì variazioni lungo i secoli; unica notevole aggiunta: la cappella delle Reliquie, con l’ottava cupola, innalzata agli inizi del Settecento, in continuazione dell’abside. La Basilica che oggi vediamo è un edificio molto originale, in cui fondono armoniosamente diversi stili: dalla calma del romanico, allo slancio del gotico, alla fantasiosa fioritura di forme orientaleggianti. Queste, soprattutto nelle cupole, sono un richiamo esplicito al santo sepolcro di Gerusalemme (echi delle crociate ritornano nei dipinti di Altichiero e Giusto de’ Menabuoi), a sottolineare che il santuario padovano era il nuovo grande centro di pellegrinaggio della cristianità.

Nel suo interno la Basilica è a croce latina, con tre navate interrotte da un largo transetto alle cui estremità si aprono due grandi cappelle. Le due strette navate laterali si prolungano poi fino a congiungersi nell’ambulacro semicircolare: quasi un corridoio che segue tutto il giro dell’abside, abbracciando presbiterio, altare maggiore e coro; sul suo lato esterno si aprono le cappelle radiali dell’abside. In alto, sopra gli archi a sesto acuto che scandiscono le campane, su entrambi i lati della navata centrale corre un ballatoio, che prosegue idealmente la loggetta della facciata; sopra il presbiterio-coro, si sviluppa una bella loggia-cantoria. Le pareti dell’edificio e i pilastri sono ricoperti da altari, lapidi, quadri e monumenti funebri di personaggi noti. Merita sicuramente  di essere ricordata la decorazione pittorica della parte che va dal presbiterio all’abside, realizzata agli inizi di questo secolo in stile neogotico da Achille Casanova.
Sul pilastro di destra vicino all’ingresso centrale vi è il cinquecentesco altare di san Bernardino, con la luminosa pala Madonna col Bambino tra i ss. Pietro e Paolo, Antonio e Bernardino, attribuita a Palma il Vecchio.
Sopra il frontone dell’altare, l’affresco di Filippo da Verona raffigura i santi Bernardino e Antonio che adorano il monogramma di Gesù (meglio, trigramma: dalle tre lettere JHS = Jesus Hominum Salvator) e, ai lati, l'Annunciazione (inizi ‘500).

Solo sorvolando sul complesso architettonico si può apprezzare fino in fondo l'effetto scenografico dell’esterno della basilica di San Antonio. Il sagrato fu per secoli usato come cimitero, lo confermano alcune tombe e monumenti funebri che ancora vi si conservano, come l’elegante edicola addossata alla parete laterale sinistra della chiesa, con un'urna funeraria del giurista Antonio Orsago. Il vasto piazzale è dominato dal monumento equestre a Erasmo da Narni (Terni), detto Gattamelata. Il monumento fu commissionato a Donatello dalla vedova del condottiero e dal figlio Giannantonio. Lo ultimò nel 1453. Questo monumento ha un primato ossia quello di essere la prima statua equestre fusa in bronzo dopo l’epoca romana. Il lato destro del sagrato (sempre guardando la Basilica) è dominato da due chiesette, dalle facciate quasi gemelle: la Scuola del Santo (più esterna) e l’Oratorio di san Giorgio; accanto a questo, il monumento Piazzola. La facciata è in stile romanico-lombardo «a capanna». Alcuni elementi ne alleggeriscono l’aspetto gli arconi a sesto acuto, più larghi quelli esterni, più stretti gl’interni; una elegante loggetta con piccoli archi gotici su graziose colonnine, ritmata da una bassa ringhiera; un aereo ballatoio che corre poco più alto, quasi a sorreggere il frontone merlettato, traforato al centro da due bifore e da un rosone gotico ottocentesco. Al vertice spunta una torricella-minareto. L’arco centrale, in cui si apre il portale maggiore, è più basso delle altre arcate ed è a tutto sesto. Nella lunetta dell’arco spicca un affresco raffigurante i santi Antonio e Bernardino che adorano il nome di Gesù (si tratta di una copia: l’originale di Andrea Mantegna, del 1452, si trova ora nel vicino museo).
Subito sopra è incavata una nicchia con la statua del Santo, altra copia recente dell’originale trecentesco di Rinaldino di Francia custodito nel Museo Antoniano.
I portali in bronzo sono animati da quattro figure di santi (da sinistra: Ludovico d’Angiò, Francesco d’Assisi, Antonio di Padova, Bonaventura) e da simboli francescani e del Nome di Gesù, di modesto valore artistico, furono ideati da Camillo Boito e realizzati nel 1895, per il VII centenario della nascita del Santo.

Appena varcata l’uscita laterale destra della Basilica, ci si trova in un breve atrio, reso austero da solenni sepolcri di grande interesse artistico. Sulla destra, tomba dei Paradisi, patrizi padovani (1377) e, subito dopo, arca di Bonzanello e Nicolò da Vigonza con decorazioni a fresco di Giusto de’ Menabuoi, tra cui spicca l’incoronazione di Maria. Sulla parte opposta, verso la Basilica, protetta da un bell’arco a sesto acuto, tomba di Federico Lavellongo potestà di Padova. Dall’atrio si passa ai chiostri del convento. S’incontra subito il chiostro del Capitolo o della Magnolia, per la rigogliosa pianta che grandeggia al centro del prato verde.
Nella struttura attuale risale al 1433. Qui, come negli altri chiostri, si susseguono tombe, monumentali, lastre ed epigrafi di vari secoli. Il lato di sinistra (uscendo dalla Basilica) fiancheggia la sala del capitolo, di cui si ammira il bel loggiato. In fondo a questo lato, sulla sinistra, un cancello immette in un oscuro androne che dà accesso al convento e al chiostro del Noviziato. Vi sono interessanti monumenti e resti di affreschi.
Nella parete di fronte, grandioso e armonioso monumento cinquecentesco: se ne ignorano il destinatario e anche l’autore, peraltro di buon talento e di ottima formazione classica. Ancora resti di affreschi trecenteschi: un crocifisso e brani di un albero dell’ordine francescano.

Il Chiostro del noviziato porta questo nome perché su un lato di esso si affacciano le stanze dei novizi (giovani che si preparano ad emettere i voti religiosi), Il porticato è scandito da spaziosi e slanciati archi gotici, sostenuti da eleganti colonnine; il loggiato superiore è di gusto rinascimentale: il tutto fu costruito tra il 1474 e il 1482. Al centro dello spiazzo erboso spicca una vera da pozzo, con ornamenti (tritoni e amorini) di Giovanni Minello (1492). Al termine dell’altro lato, un varco cancellato immette nel chiostro del Paradiso, così detto perché originariamente destinato a cimitero dei frati: un corto e severo porticato (1445), che seconda la curvatura dell’abside basilicale. Nel vasto refettorio del convento, è possibile ammirare (previo permesso, è possibile ammirare (previo permesso) la grande Ultima cena, che Pietro Annigoni affrescò sulla parete di fondo nel 1984. Sicuramente interessante è il Chiostro del Generale: Sulle pareti, tra vari monumenti e lapidi, si notano busti di tre musicisti che diedero lustro alla Cappella musicale del Santo, fra cui quello di Giuseppe Tardini (morto nel 1770) e di Luigi Soressi (1924).
In alcune sale prospicenti questo chiostro ha sede il Museo antoniano, ristrutturato col centenario del 1995.
 (o del museo)

Il Chiostro del Beato Luca è il più grande e più luminoso, di ariose linee tardogotiche con felici innesti rinascimentali: venne eretto fra il 1496 e il 1612. E’ stato restituito ai frati solo da pochi anni, dopo che per quasi due secoli, dall’occupazione napoleonica, era stato incamerato dal demanio statale, per vari decenni aveva ospitato l’Archivio di stato, il Museo e la Biblioteca civica di Padova. Oggi vi hanno sede diverse istituzioni religiose e culturali, tra cui il Centro studi antoniani.

L'Oratorio di san Giorgio sulla sinistra, usciti dal chiostro del Capitolo, si vede il monumento funebre a Rolando da Piazzola, giurista e politico, morto verso il 1323.
Nell’arca tombale, racchiusa in una edicola gotica, sono stati riutilizzati vari reperti sculturali di epoca romana. Subito appresso la linda facciata dell’oratorio di san Giorgio, stupendo gioiello dell’arte gotica. Le sue origini si devono alla famiglia Lupi di Soragna e il nome del grande Altichiero da Zevio, che qui ha lasciato un altro straordinario ciclo pittorico. Fu il marchese Raimondino a volere questa cappella per la sepoltura della famiglia. L’edificio fu portato a termine nel 1377; due anni dopo Raimondino moriva e la cura di completare la cappella passò al suo congiunto Bonifacio Lupi; questi affidò al Altichiero, che aveva già dato ottima prova nella cappella di san Giacomo, la decorazione pittorica e (forse) anche il progetto per il mausoleo di Raimondino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sant’Antonio nacque  in Portogallo, a Lisbona, nel 1195. Una tradizione barocca indica la data del 15 agosto. Era figlio dei nobili Martino de’ Buglioni e donna Maria Taveira; la loro casa distava pochi metri dalla cattedrale. A quella fonte battesimale gli fu dato il nome di Fernando. I primi anni di formazione li trascorse sotto la colta guida dei canonici del Duomo. Tra i suoi compagni di studi, vi erano anche ragazzi già orientati alla scelta del sacerdozio. Molto probabilmente anche da qui nacque l’aspirazione del giovane Fernando a scegliere il servizio sacerdotale. Ma soprattutto furono la mediocrità morale, la superficialità e la corruzione della società a spingerlo ad entrare nel monastero di São Vicente, fuori le mura di Lisbona, dove fu accolto da una comunità di canonici regolari di sant’Agostino per vivere l’ideale evangelico senza compromessi. A São Vicente dimorò per circa due anni, poi, infastidito dalle continue visite degli amici, con i quali più nulla aveva a che spartire, ottenne di trasferirsi altrove, sempre all’interno dell’Ordine agostiniano. Antonio affrontava così il suo primo grande viaggio, 230 chilometri circa, quanti separano Lisbona da Coimbra, allora capitale del Portogallo. Fernando aveva 17 anni. Arrivava in un ambiente dove sarebbe convissuto con una grossa comunità di circa 70 membri per il corso di 8 anni, dal 1212 al 1220. Sono anni importantissimi per la formazione umana e intellettuale del Santo, il quale, poteva fare affidamento su valenti maestri e su una doviziosa aggiornata libreria. Fernando si dedicò completamente allo studio delle scienze umane e teologiche, anche per estraniarsi dalle tensioni che attraversavano la comunità religiosa. Gli anni trascorsi a Santa Cruz di Coimbra lasciarono una traccia profonda nella fisionomia psicologica e nell’iter esistenziale del futuro apostolo. Già per indole ci appare un uomo appartato, geloso del suo segreto, come rinchiuso nei suoi impegni di lavoro che gli lasciavano ben poco respiro. Diventò, anche per libera scelta, un uomo privo di ambizioni sociali; restìo a ogni ostentazione ed esibizione di sé e delle sue doti, diffidente delle polemiche, indifferente alle esteriorità di qualunque tipo, a meno che non fosse sospinto dal dovere della testimonianza evangelica. Da Coimbra uscì uomo maturo. La sua cultura teologica, sostanziata di Bibbia e di tradizione patristica, aveva raggiunto uno stadio definitivo. A Santa Cruz nel 1220 Fernando fu insignito del carisma presbiteriale; l’ordinazione gli fu conferita nella canonìa di Santa Cruz in Coimbra. Per il giovane Fernando venne disattesa la norma ecclesiastica che fissava a un minimo di 30 anni l’età per avere accesso al sacerdozio. Verso fine estate del 1220 Fernando chiese ed ottenne di lasciare i Canonici regolari di sant'Agostino per abbracciare l'ideale francescano. La richiesta da parte di Fernando di entrare a far parte dei seguaci di Francesco d’Assisi matura in previsione di una forte vocazione alla missione e, in particolare, al martirio di sangue. Nel settembre 1220, Fernando lascia i bianchi panni di agostiniano per rivestirsi della grezza tunica di bigello e una corda ai fianchi. Per l’occasione, abbandona anche il vecchio nome di battesimo per assumere quello di Antonio, l’eremita egiziano titolare del romitorio di Santo Antao dos Olivãis presso cui vivevano i francescani. Dopo un breve periodo di studio della regola francescana, Antonio parte alla volta del Marocco. L'itinerario da lui seguito, per via di terra e di mare, ci è sconosciuto. Molto probabilmente, secondo le consuetudini francescane, Antonio era accompagnato da un confratello, rimastoci però ignoto. Arrivato nei territori del Miramolino, a Marrakesh o in altra località, sarà stato accolto in casa di qualche cristiano, ivi residente per ragioni di commercio o altro. Volendo rivolgersi ai musulmani, il Santo doveva conoscere correntemente la lingua araba, cosa non ardua per un lisbonese dell’epoca, oriundo da una zona bilingue. Diversamente, poteva fare affidamento sul compagno: se non entrambi, almeno uno doveva essere esperto in quell’idioma. Antonio non poté dare corso al suo progetto di predicazione perché fortemente condizionato da una non meglio specificata malattia tropicale. Per recuperare almeno in parte la salute, decise di ritornare in patria, senza però abbandonare il suo ideale di martirio. Fu dunque costretto a ritirarsi dal Marocco, prendendo a ritroso la via del mare. Ma, a causa di un’imprevista violenza dei venti contrari, la nave fu trascinata fino alla lontana Sicilia. Antonio, che le tradizioni raccontano essere sbarcato a Milazzo, (Messina) era uno sconosciuto fraticello straniero, giovane e senza incarichi di governo, fisicamente provato. La sua convalescenza siciliana durò circa due mesi. Informato dai confratelli siciliani, Antonio lasciò la Sicilia per risalire la penisola e prendere parte al capitolo generale celebrato in Assisi dal 30 maggio all’8 giugno del 1221.
Antonio di Lisbona, sconosciuto a tutti perché entrato solo da pochi mesi nell’Ordine, passò i nove giorni dell’adunanza appartato e solingo, immerso nell’osservazione e nella riflessione.
Era uno dei tanti, nulla aveva che lo distinguesse. Al momento del commiato non fu preso con sé da nessuno dei «ministri». Quando furono partiti quasi tutti i conventuali, Antonio fu notato da frate Graziano, ministro provinciale della Romagna. Saputo che il giovane frate era anche sacerdote, lo pregò di seguirlo. In compagnia di Graziano da Bagnacavallo e d’altri confratelli romagnoli, Antonio arriva a Montepaolo nel giugno 1221.
Le sue giornate trascorrevano in preghiera, mediazione e umile servizio ai confratelli. Durante questo periodo il Santo poté maturare la sua vocazione francescana, approfondire l’esperienza missionaria bruscamente interrotta, rinvigorire l’impegno ascetico, affinarsi nella contemplazione.
Le tesi più accreditate riferiscono che sant’Antonio rimase a Montepaolo fino alla Pentecoste (22 maggio) o al massimo fino a settembre dello stesso anno. Sulle prime, data la visione prevalentemente sacrale in cui era tenuto il sacerdote, i confratelli trattarono Antonio con venerazione. Avendo visto che uno dei compagni aveva trasformato una grotta in una cella solitaria, gli chiese con insistenza che la cedesse a lui. Il buon fratello accondiscese all’appassionato desiderio del giovane portoghese. Cosi tutte le mattine, compiute le preci comunitarie, Antonio si affrettava alla volta della sua grotta (ancor oggi devotamente conservata) per vivere solo con Dio, solo in rigore di penitenze e intima preghiera, in prolungate letture della Bibbia e riflessioni. Nella sua fervida dedizione alla penitenza stremò tanto la sua fragile salute con i digiuni, le veglie, le flagellazioni, che più d’una volta, al suono della campanella che lo chiamava alle riunioni, vacillava e stava per cascare, se non fosse stato sorretto da premurosi confratelli. Antonio si accorse che i suoi fratelli d’ideale coniugavano preghiera e servizio reciproco. Lui, che contributo poteva portare? Ne parlò con il "guardiano". Conclusero che egli avrebbe tenuto pulite le povere stoviglie di cucina e spazzato la casa.

Nel settembre 1222 si tenevano a Forlì le ordinazioni sacerdotali di religiosi domenicani e francescani. Prima che il drappello degli ordinandi si recasse nella cattedrale cittadina per ricevere gli ordini sacri dal vescovo Alberto, si era soliti rivolgere un sermone ai candidati. Ma nessuno era stato incaricato preventivamente e pertanto nessuno dei sacerdoti domenicani o minoriti presenti si era preparato. Arrivato il momento di prendere la parola in pubblico, tutti ricusarono d’improvvisare l’esortazione di circostanza. Solo il superiore di Montepaolo conosceva bene le doti di Antonio. L’interpellato tentò di schermirsi. Di fronte alle insistenze del superiore piegò il capo e prese serenamente la parola. Man mano che il discorso si dipanava in sonante latino, le espressioni si facevano più calde e suadenti, originali ed emozionanti. Egli rivelava, sia pur contro voglia, la profonda cultura biblica, la coinvolgente spiritualità. Commozione, esultanza, soprattutto stupore dell’uditorio. Ebbero poi luogo le sacre ordinazioni, si svolsero secondo il programma i lavori dell’assise capitolare. Ma ormai tutti gli occhi erano puntati sul fraticello portoghese, obliato eremita, che in maniera così impensata era proposto al centro dell’attenzione della sua fraternità. Non risalì a Montepaolo che per dire addio alla sua grotta, per riabbracciare i confratelli, raccomandandosi alla loro simpatia e preghiera. S. Antonio inizia così la sua missione di predicatore in Romagna. Parlava con la gente, ne condivideva l’esistenza umile e tormentata, alternando l’impegno della catechizzazione con l’opera pacificatrice; insegnava la scienza sacra ai confratelli, attendeva alle confessioni, si confrontava personalmente o in pubblico con i sostenitori di eresie. La Romagna, all’epoca del Santo e per secoli dopo, era una contrada funestata da una guerriglia civile endemica. Le fazioni, maggiori e minori, avvelenavano le città e i clan familiari, disgregando le strutture comunali e seminando dovunque sospetti, congiure, colpi di mano, vendette. Non bastasse questa maledizione, anche sul piano religioso si pativa la calamità delle sette, prima fra tutte, nelle sue ramificazioni, quella catara. La vecchia Chiesa reagiva scarsamente e male, a causa della sua mediocrità spirituale. Buon gioco avevano dunque gli eretici che diffondevano teorie distorte e dubbi pericolosi. Proprio a Rimini ha luogo l’episodio riportato dalla tradizione, secondo il quale sant’Antonio vince la pervicacia di un eretico che non voleva credere nella presenza reale di Cristo nell’Eucarestia. Dopo la rivelazione di Forlì, dopo che per invito dei superiori fu inviato a predicare nelle città e villaggi della Romagna, sul finire del 1223 ad Antonio viene chiesto anche di insegnare teologia a Bologna. Per due anni, all’età di 28-30 anni, come teologo insegna le basilari verità di fede al clero e ai laici, attraverso un metodo semplice ma efficace. Sant’Antonio è dunque il primo insegnante di teologia del neonato ordine francescano, il primo anello di una catena di teologi, predicatori e scrittori, che nei secoli diedero e danno onore alla Chiesa.

 

Francesco d’Assisi non voleva che i suoi frati si dedicassero allo studio della teologia: questa indicazione fu riportata anche nella regola di vita. Ma per sant’Antonio, viste la sua solida fede e la sua integrità morale, fece una eccezione concedendogli di insegnare ai suoi frati. E’ ormai largamente provata, in sede critica, la sostanziale autenticità della breve lettera fattagli pervenire dal Poverello. Eccone il testo, in versione italiana, secondo l’edizione stabilita da Kajetan Esser.

"Al fratello Antonio, mio vescovo, auguro salute.

Approvo che tu insegni teologia ai frati, purché, a motivo di tale studio,

tu non smorzi lo spirito della santa orazione e devozione, come è ordinato nella Regola.

Sta sano".

Il grande francescanista Raoul Manselli, scorge nel patentino che autorizzava Antonio a insegnare sacra teologia ai frati, un "testo di portata normativa" che "ha un valore ed un significato essenziale per tutta la storia dell’Ordine e va inteso e spiegato, quindi, nella sua intera portata". Antonio nel suo apostolato itinerante, sia in Italia che in Francia, allacciò all’intensa predicazione la formazione catechetica delle nuove leve del movimento minoritico: "doveva, quindi avere già ricevuto ormai l’autorizzazione che la breve lettera di Francesco concede in termini tanto sintetici, quanto rigorosamente e puntualmente formali". Una delle preoccupazioni che portavano san Francesco a guardare con diffidenza allo studio, era rappresentata dal divario che egli notava, fra quanto la cultura teologica insegnava e come diversamente lo viveva. Furono i confratelli a chiedere a sant’Antonio di avviare uno studio di teologia e di insegnarvi. Essi, vivendo a contatto con le anime, erano allarmati e dispiaciuti per la situazione d’inferiorità del giovane Ordine francescano, chiamato da un numero crescente di fedeli a coprire, assieme ai domenicani, i grossi vuoti lasciati dal clero diocesano nella conduzione pastorale e nella catechesi. L’iniziativa emulava l’analoga istituzione, promossa appunto dall’Ordine gemello dei Predicatori, i quali avevano aperto in Bologna uno studio teologico fin dal 1219, vivente san Domenico.

Ma... come avrà tenuto una sua lezione il teologo Antonio?

Secondo il metodo dell’epoca, recepito anche dal Santo, nelle sue spiegazioni vi era una prevalenza del senso allegorico. Costante è anche il riferimento alla Bibbia. Lo stile faceva leva sulla chiarezza di concetti, l’essenzialità di espressione rifuggente da inutili ridondanze, la preoccupazione di riuscire persuasivo e pratico, la cura di coinvolgere interamente la persona (oltre al ragionamento, anche il sentimento e l’immaginazione) la traduzione dei dettami nel vissuto quotidiano.

Tra i contemporanei e nelle generazioni immediatamente successive, il Santo fu ritenuto maestro di sapienza cristiana, biblista impareggiabile, autore di opere insigni. Uno storico dice che sant’Antonio possedeva un talento così eminente, da poter servirsi della memoria al posto dei libri, e che si sapeva esprimere con un’abbondante grazia di linguaggio mistico […]. La profondità insospettata del suo parlare accresceva lo stupore dell’uditorio (Assidua). Tutta la curia romana ebbe modo di ascoltarlo e lo stesso Gregorio IX lo chiamò Arca del Testamento. Fu in occasione del VII centenario della morte del Santo, 1931, che fu avviata presso la Congregazione dei Riti, Roma, la ricerca e discussione sul dottorato di sant’Antonio, in questi termini:

"Se sia da confermarsi il culto di Dottore tributato per secoli a Sant’Antonio da Padova e se sia da estendersi alla Chiesa universale, con ufficio e messa del comune dei dottori".

Toccò a papa Pio XII l’onore di concludere affermativamente la procedura storico-giuridica, cosa che egli compì il 16 gennaio 1946 con il Breve Apostolico Exsulta, Lusitania felix. Non dobbiamo stupirci del ritardo, ben sette secoli e più, subìto da Sant’Antonio prima di accedere al culto di Dottore. Infatti il riconoscimento apostolico non era altro che una conferma di una prassi consolidata nella chiesa fin dai primi anni dalla morte del Santo. 

Una terra che scotta, un popolo nella tormenta. Questo è il Meridione della Francia ai tempi di sant’Antonio. La causa di tanta inquietudine è da attribuire alle lotte politiche e sociali tra cattolici ortodossi e la setta degli albigesi, radicatasi da decenni in questa regione. Il Papato, alleato col potere temporale che ne aveva intravisto il vantaggio economico, combatté in tutti i modi l’eresia. Ma a nulla valsero le persecuzioni, la guerra condotta per oltre 20 anni: chi davvero attirò le persone a riabbracciare la vecchia fede fu la testimonianza multiforme e la parola suadente di cistercensi, domenicani, francescani, che diedero il meglio di sé in quest’opera di riconciliazione con la verità nella carità. Tra essi, eminente, la figura del nostro Santo.

Non si hanno molte e certe notizie del periodo francese di Antonio. C’è però un termine fisso, il 1226. Antonio fondò il convento francescano di Limoges. Gli antonianisti anticipano alla fine del 1224 il suo passaggio dall’Italia al sud francese. Proveniente da Bologna, Antonio passa per la Provenza alla Languedoc, al Limosino, al Berry. Antonio incontra una regione travagliata dall’eresia albigese, martoriata dalla crociata, scivolata ben presto in gioco di potenza. Fin dal gennaio 1217, papa Onorio III aveva esortato i professori di teologia di Parigi a recarsi in mezzo agli albigesi. Antonio fu inviato, probabilmente con un drappello di minoriti, come rinforzo qualificato, e ciò per suggerimento della direzione centrale dell’Ordine, sensibilizzata al problema sia dai frati già residenti nella zona, sia dalle pressioni della curia papale. Troviamo Antonio insegnante di teologia e predicatore a Montpellier, ragguardevole centro universitario e roccaforte dell’ortodossia cattolica, dove domenicani e francescani ricevono adeguata formazione pastorale-intellettuale al fine di predicare agli eretici sparsi nei territori circostanti.

Ad Arles San Francesco appare mentre Antonio predica. Il fatto è certo, ma dubbia è la data. Lo storico Tommaso da Celano ricorda come frate Giovanni da Firenze, eletto da Francesco ministro dei minoriti di Provenza, celebrò un’assemblea capitolare, o nella seconda metà del 1224, oppure nella prima metà dell’anno successivo, durante la quale Antonio dettò un fervido sermone sulla Passione di Cristo. E mentre egli parlava, frate Monaldo, vide alla porta della sala dove erano riuniti "il beato Francesco sollevato in aria con le mani estese a forma di croce, in atto di benedire i suoi frati". Sant’Antonio svolse il suo sermone sul mistero della Crocifissione di Cristo, in particolare sulla iscrizione Gesù Nazareno Re dei Giudei. E’ molto probabile che il Santo, sempre attento alla trama liturgica innervante l’annata del credente, si sia ispirato, nel cogliere l’argomento del sermone, allo spunto offerto dal momento liturgico. Pertanto, è ovvio ipotizzare che il capitolo di Arles si sia riunito in un giorno contrassegnato dal mistero della croce: il venerdì santo, 28 marzo 1225; il ritrovamento della Croce (Inventio crucis), 2 maggio dell’anno stesso; quando non si voglia pensare (e sarebbe suggestivo e tutt’altro che gratuito) alla Esaltazione della Croce del ’24, e dunque quando le stimmate erano state appena impresse nelle carni di san Francesco.

Antonio a Tolosa e a Limoges: Tolosa, sorge nell’attuale dipartimento della Haute-Garonne. Le sue origini sono molto antiche. L’Apostolato itinerante di Antonio non poteva non echeggiare in un emporio di ideologie quale Tolosa. E’ più che probabile che in questa roccaforte del neomanicheismo il Taumaturgo abbia anche insegnato teologia ai frati. Attorno al 1226 Antonio si sposta più a nord, nei pressi di Limoges. Nella chiesa di St. Pierre-du-Queyroix Antonio vi tenne una celebre predica, resa emozionante per una bilocazione attestataci da frà Giovanni Rigaldi. Alla diocesi di Limoges appartiene l’abbazia di Solignac, sulla Briance. Anche in questo monastero soggiornò il Taumaturgo, operandovi un prodigio a favore del monaco che gli faceva da infermiere. Limoges rimane nella storia del Santo come uno dei centri più significativi. gli rivestì infatti l’incarico di custode dei francescani della città e del circondario. Che il Santo sia stato custode di Limoges e territorio, siamo certi, d’una certezza cinta naturalmente di saggia circospezione, giacché la testimonianza scritta dista circa un settantennio dagli avvenimenti. Una cronaca del monastero di s. Marziale di Limoges ci tramanda che Antonio pronunziò il suo primo discorso nel cimitero di san Paolo, prendendo spunto dal salmo 29,6. Un secondo sermone fu da lui predicato nel monastero di s. Martino, svolgendo le parole del salmo 54,7: Chi mi darà ali come di colomba, per volare e trovare riposo? E’ sempre a Limoges che avviene un altro fatto singolare. Siamo nella chiesa di St. Pierre-du-Queyroix: sulla mezzanotte del giovedì santo, dopo l’ufficiatura del mattutino, ha luogo la predica durante la quale il Santo si trasferisce tra i suoi frati per cantare la lectio liturgica che spettava a lui.

L’anno 1226 vede Antonio sostare anche a Brive, e nella sua veste di custode dei frati minori, fondare un convento. Qui il Santo trova la pace dell’ascesi e della meditazione, per ristorarsi delle snervanti predicazioni ritirandosi volentieri in alcune grotte appena fuori il borgo cittadino. Qui si dedica alla penitenza e alla contemplazione. Dopo la sua morte, il suo ricordo rimarrà sempre vivo tra gli abitanti di Brive, le grotte che egli frequentò sono divenute un luogo di pellegrinaggio. Dopo le alterne vicende, nel 1874 il santuario fu riacquistato dai francescani e nel 1895 fu riconsacrato. Brive è da allora, pur tra qualche difficoltà, il centro nazionale della devozione antoniana in terra francese. La superba cattedrale di Bourges, puro gioiello del gotico, salutò il missionario Antonio. Ma egli fu anche a Le Puy-en-Velay, nell’attuale dipartimento della Haute-Loire, ai piedi del monte Anisan. Non è certo se qui vi abbia esercitato l’incarico di guardiano della fraternità. 

Non possiamo determinare la data del ritorno di sant’Antonio in Italia: per quale motivo fece il viaggio a ritroso, chi ve lo chiamò, dove prese residenza o, se non ebbe residenza alcuna, perché continuò a fare il missionario peregrinante. Gli agiografi antoniani fissano il ritorno in occasione del capitolo generale, tenuto in Assisi per la Pentecoste 1227, 30 maggio. San Francesco era morto la sera del 3 ottobre 1226: l’assemblea doveva quindi dare all’Ordine un nuovo ministro generale. Come custode del Limosino egli era tenuto, per dettato esplicito della Regola, a prender parte al capitolo, in cui si doveva scegliere il successore di san Francesco. Ma non abbiamo prove ch’egli ricoprisse ancora questo incarico. Non sapremo mai se fu frate Elia, colui che forse aveva promosso la sua missione in Francia, a richiamarlo in Italia per affidargli compiti ancor più complessi e gravosi. Non sapremo nemmeno se fu frà Giovanni Parenti. Sappiamo solo che, diretto verso l’Italia, attraversò a piedi la Provenza. Sant’Antonio godette di indiscutibile stima da parte dei suoi confratelli: così alle già numerose incombenze si aggiunse anche l’incarico di ministro provinciale del nord Italia, Romagna inclusa. Chi gli conferì tale incarico? La storia qui si rivela avara di testimonianze. Circa la durata, la maggioranza degli studiosi antoniani ipotizza sia durato l’arco di un un triennio, dal 1227 al 1230. Anche in questa nuova incombenza, Antonio si distinse in spirito di servizio e di fraternità, sorreggendo, incoraggiando e guidando i fratelli, con l’esempio e con gli ammonimenti. Una fonte attendibile tramanda che rimase superiore provinciale fino a maggio del 1230.

Nella sua attività di ministro provinciale dell’Italia settentrionale si seppe mantenere fedele al carisma di san Francesco inserendolo nella complessa mutevole realtà dei tempi e luoghi. Con le strutture gerarchiche coltivò rapporti da vero cattolico, evitando conflitti e alimentando un clima di concordia. Ne è prova la partecipazione personale del vescovo di Padova alla quaresima antoniana del 1231, come non è un caso che la canonizzazione lampo del Santo non sia stata inceppata da alcuna protesta o riserva. Un secondo obiettivo dell’azione pastorale si riproponeva di armonizzare l’attività del neonato ordine francescano con quella dei vecchi Ordini religiosi. Seguendo nella trasferta francese, lo abbiamo visto ospite all’abbazia di Solignac, accolto come in casa propria da quei monaci. Mantenne anche un rapporto di intesa cordiale con gli antichi confratelli agostiniani. Facendosi francescano, Antonio non intese fare un taglio col passato; anzi, mantenne tutto quello che di valido aveva ricevuto e amato in quegli anni a s. Vincenzo e a s. Croce. Non per nulla il suo rapporto amicale più intenso fu, durante gli anni italiani, quello coltivato con il parigino Tomaso di s. Vittore, abate di San Andrea in Vercelli. Antonio, eletto superiore, visitando le comunità minoritiche, ebbe modo di recarsi a Vercelli, dove rimase qualche settimana per predicare e incontrarsi con Tomaso di san Vittore. Questi era giunto a Vercelli nel 1220, fu nominato priore di s. Andrea nel ’24, ebbe il titolo di abate nel ’26. E’ fuori di dubbio l’amicizia fedele che legò fra loro, in vita e in morte, Antonio e il celebrato abate Tomaso. Le fonti presentano i due santi in un reciproco rapporto di maestro-discepolo, da pari a pari, da maestro a maestro, mediante scambi di esperienze intellettuali.

A Padova, durante la podesteria del veneziano Giovanni Dandolo (29 giugno 1229 - 28 giugno 1230) la distensione e la pace tanto sospirate fiorirono nella regione. Ma leggiamo la relazione di un contemporaneo, il notaio padovano Rolandino:

"Per lo spazio di circa un anno le città della Marca Trevigiana godettero di tale pace, che quasi tutti erano convinti che d’allora in poi non ci sarebbero più stati torbidi e guerre nella regione. Dei religiosi ricreavano spiritualmente pressoché l’intera popolazione, elevandola alle realtà celesti mediante la predicazione. E fu in quel momento che, fra altri religiosi e giusti, giunse il beato Antonio, e in diverse località della Marca annunciò la parola di Dio con voce affascinante".

L’Assidua afferma che Antonio scrisse i suoi Sermone per le domeniche durante un suo soggiorno a Padova, dove frattanto nacque un profondo vicendevole affetto tra gli abitanti e lui, ma invano vi cercheremmo una espressione cronologica precisa, poiché il "quando" resta nel vago. Quanto al luogo di residenza, è S. Maria Matera Domini. Nessuna base documentale suffraga la candidatura dell’Arsella, ubicazione sostenuta da vari antonianisti, che peraltro non producono alcuna prova. L’Assiduo 11,7, parlando dell’infaticabile zelo per le anime che incalzava Antonio a darsi interamente all’apostolato, annota ch’egli seguitava il lavoro pastorale sino al tramonto del sole, molto spesso restando digiuno. Predicava, insegnava, ascoltava le confessioni. Nel suo apostolato, sant’Antonio era accompagnato da alcuni compagni, e nell’ultimo periodo in particolare dal beato Luca Belludi. Fu in occasione del capitolo generale del 1230, avvenuto durante la traslazione delle spoglie di Francesco nella nuova basilica eretta in suo onore, che frate Antonio da Lisbona fu liberato dagli incarichi di governo dell’ordine.
Per la grande stima che godeva presso i responsabili dell’Ordine minoritico, gli fu conferito il nuovo incarico di «predicatore generale», con la facoltà di recarsi liberamente dovunque riteneva opportuno, e prescelto, con sei altri confratelli, a rappresentare l’Ordine presso Gregorio IX.

Antonio ebbe contatti personali con Gregorio IX? Quando e per quale motivo ebbe a recarsi alla curia papale? Che posizione assunse nelle questioni concernenti l’evoluzione dell’Ordine? In quali rapporti fu con il leader francescano, frate Elia? Le fonti ci indicano una sola urgente questione di famiglia nella quale fu implicato il Santo: quella che costituì il problema-crisi del capitolo generale assisano del maggio 1230. Cioè, che valore giuridico bisognava attribuire al Testamento dettato dal fondatore, san Francesco, poco innanzi la sua morte? E come si potevano risolvere i dubbi suscitati da alcuni punti della Regola francescana, che nella rapida e vorticosa evoluzione dell’Ordine suscitavano perplessità e tensioni? Antonio fece parte della delegazione espressa dal Capitolo generale per dibattere tali questioni e chiedere lumi al pontefice. Durante quel soggiorno, prolungatosi parte a Roma, parte ad Anagni, Antonio si fece conoscere in altissimo loco per la eminente santità e la straordinaria scienza biblica, e ciò nei colloqui privati con i diversi dignitari, non meno che nelle sedute, nelle conferenze spirituali e nelle omelie. Per mandato di Gregorio IX, Antonio avrebbe rivolto un discorso a una moltitudine di pellegrini, convenuti nella città eterna da tutto l’orbe cristiano. E, in virtù di un prodigio simile a quello accaduto agli Apostoli il giorno della Pentecoste, ognuno degli uditori lo sentì parlare nella propria lingua. Un’erratica tradizione francescana del Trecento dice che Gregorio IX invitò Antonio a rimanergli al fianco. "Egli, umilmente rinunciando a tale onore, per attendere al bene delle anime, dopo aver ottenuto la benedizione apostolica, scelse d’isolarsi alla Verna. Vi restò per qualche tempo, consacrandosi alla predicazione e alla penitenza. Di là, si diresse alla volta di Padova".

Quale rapporto correva tra Antonio e i responsabili dell’Ordine francescano? Gli agiografi si sono preoccupati di presentare un Antonio a sé stante, come estrapolato dal movimento francescano. Possiamo pensare che, regnando tra i frati, durante la fase primigenia, una spiccata non-omogeneità, il senso di appartenenza fosse decisamente debole. In fondo, il documento ufficiale, tassativo, d’identità, la Regola, risaliva a fine novembre 1223. Antonio ed Elia, per indole, tempra morale, maturità evangelica, ci appaiono molto distanti. Ma vissero in orbite lontane l’una dall’altra. Non sappiamo che posto occupasse nella pietà e nella molteplice attività di Antonio il Poverello di Assisi. Nei suoi Sermoni non ne declina mai il nome, il che assume un accento enigmatico, specie trattandosi di un’opera tanto estesa e pubblicata dopo la canonizzazione del Serafico. Antonio fu un moderato, che si sforzava di coniugare la fedeltà al carisma francescano con le urgenti richieste dei diversi ambienti dove lo porta l’impegno pastorale.

A Padova, Antonio fece un paio di soggiorni ravvicinati relativamente brevi: il primo, fra il 1229 e il ’30; il secondo, fra il ’30 e il ’31, durante il quale venne precocemente a morte. Sommando i due periodi, si arriva a mettere insieme una serie di dodici mesi o poco più. Come dire che il missionario non trascorse nella sua patria di elezione che un anno, in due puntate. Quale Padova lo attirava, lo aspettava, lo accolse? Tutta intera, nelle sue diverse, talora contrastanti, componenti. E la troviamo unanime, pochi mesi dopo, ai piedi del suo pulpito e del suo confessionale; e in seguito appassionatamente impegnata alla sua glorificazione culturale. Padova gli servì nuovamente come scriptorium dei suoi commentari biblico-liturgici. Possiamo ipotizzare che vi trovasse, oltre a un valido sussidio nelle biblioteche, dei collaboratori a livello di scrivani e magari di aiutanti nella stesura del testo. I Sermones antoniani vanno considerati come l’opera letteraria di carattere religioso più notevole compilata in Padova durante l’epoca medievale. E ancora, la città euganea interessava vivamente Antonio per la sua università. Egli aveva un debole per i centri di alti studi. Aveva prediletto, dopo Bologna, Montpellier, Tolosa, Vercelli… Lui stesso era, sia pure fuori di strutture burocratiche, un emerito cattedratico. Ma dire università era soprattutto sinonimo di concentrazione di elementi giovanili. Antonio era un esperto "pescatore di giovani". Presentisse o meno che il suo peregrinare sulla terra volgeva al termine, egli aspirava a reclutare nuove leve nell’oneroso entusiasmante incarico di portatori del Vangelo. Poi, la terra veneta viveva una pace malferma. Antonio sentiva forte l’invito a intervenire, moltiplicando ogni sforzo per scongiurare il riattizzarsi dei conflitti. E ancora, non mancavano nemmeno nella fedele Padova, in forme ora subdole, ora palesi, gli adepti dell’eresia. Allo spuntar del 5 febbraio, il Santo sospese la fatica di carta, penna e calamaio. La città viveva un magico intervallo di pace dentro e fuori dei suoi confini. Si diffuse la voce che sant'Antonio intendeva predicare giornalmente, prendendo spunto dai testi offerti dalla liturgia. Ben presto non solo l'angusta chiesetta di S. Maria, ma le più ampie chiese della città risultarono via via incapaci di contenere la moltitudine crescente. La gente affluiva a grandi schiere, dove accoglierla? La voce non faceva problema, essendo Antonio dotato di un volume vocale d'eccezione. Si riunivano nelle piazze. Ma queste pure si mostrarono anguste. Anche a Padova, com'era già accaduto in Francia, l’apostolo si vide costretto a parlare fuori città, in mezzo ai prati. Nobili e popolani, donne e uomini, giovani e vecchi, praticanti fervorosi e persone indifferenti o "lontane", galantuomini e mariuoli, ecclesiastici e laici si disponevano in ordine sparso, aspettando con pazienza l’arrivo dell’uomo di Dio. Il vescovo Jacopo insieme con gruppi del clero prendeva parte personalmente al cammino quaresimale, da lui stesso autorizzato e seguito con la gioia del pastore che vede riunito il suo gregge in pascoli ubertosi. Di sermone in sermone si dilatava la fama di quanto stava accadendo a Padova, provocando un continuo accrescersi dell’uditorio. Una folla incessante si assiepava intorno al suo confessionale. Era impossibile farvi fronte, sebbene dei confratelli sacerdoti e una schiera di presbiteri della città cercassero di alleggerirgli tale fatica. Non gli restava che aspettare il deflusso dei penitenti al calar della sera. L’Assidua informa che si rassegnava a rimaner digiuno fino al tramonto. Alcuni accorrevano al sacramento della penitenza, dichiarando che un’apparizione li aveva spinti alla confessione e a mutar vita. Testimonia l’Assidua 13,11-13,: "Riconduceva a pace fraterna i discordi; ridava libertà ai detenuti; faceva restituire ciò ch’era stato rapinato con l’usura e la violenza. Si giunge a tanto che, ipotecati case e terreni, se ne poneva il prezzo ai piedi del Santo, e su consiglio di lui restituito ai derubati quanto era stato loro tolto con le buone o con le cattive. Distoglieva le prostitute dal turpe mercato; ladri famigerati per misfatti, tratteneva dal metter le grinfie sulle proprietà altrui. In tal modo, compiuti felicemente i quaranta giorni, grazie al suo zelo, raccolse una messe gradita al Signore. Non posso passar sotto silenzio come egli induceva a confessare i peccati una moltitudine così grande di uomini e donne, da non essere bastanti a udirli né i frati, né altri sacerdoti, che in non piccola schiera lo accompagnavano". Antonio intervenne anche a modificare la legislazione comunale di Padova. Si tratta di uno statuto relativo ai debitori insolventi, datato 17 marzo 1231, lunedì santo. Eccolo, tradotto dall’originale latino.

"A richiesta del venerabile fratello Antonio, dell’Ordine dei frati Minori, fu stabilito e ordinato che nessuno sia detenuto in carcere, quando non sia reo che di uno o più debiti in denaro, del passato o del presente o del futuro, purché egli voglia cedere i suoi beni. E ciò vale sia per i debitori che per gli avallatori. Se però una rinuncia o cessione o un’alienazione sia fatta frodolentemente, sia da parte dei debitori, sia degli avallatori, essa non abbia alcun valore e non porti danno ai creditori. Quando poi la frode non possa venir dimostrata in modo evidente, della questione sia giudice il podestà. Questo statuto non possa subire modificazioni di sorta, ma resti immutato in perpetuo".

Diversi i motivi per cui Antonio si ritirò nel romitorio di Camposampiero. Il primo è sottaciuto, ma intuibile. Dopo l’intenso, sfibrante lavoro della quaresima e del periodo pasquale, le forze del Santo erano pressoché esauste. Seconda motivazione, espressa dall’Assidua (15,2) ed echeggiata dagli agiografi successivi. Bisognava sospendere la predicazione e la disponibilità per chi veniva a confessarsi o consigliarsi, allo scopo di lasciar libera la gente per attendere alle occupazioni rurali, essendo imminente il tempo della mietitura. Terzo motivo: isolarsi in una località tranquilla e difficilmente accessibile, al fine di seguitare e, chissà, ultimare la stesura dei Sermoni festivi. Quarto movente: allontanarsi dagli occhi affettuosamente scrutatori dei confratelli padovani, che avrebbero potuto allarmarsi notando le sue condizioni di salute in crescente peggioramento e soffrirne. Quinto scopo, il più alto e desiderato: quello di sottrarsi alla morsa della vita attiva, frastornante e alienante se protratta sopra certi livelli, per tuffarsi nell’orazione, nel raccoglimento dello spirito, in vista del grande appuntamento. Possiamo ipotizzare che il Santo abbia lasciato Padova il lunedì 19 maggio, e pertanto il suo soggiorno a Camposampiero sia durato, compresa l’ipotetica parentesi dell’andata-sosta-ritorno da Verona, sui 25 giorni.

Nella tarda primavera del 1231, Antonio fu colto da malore. Deposto su  un carro trainato da buoi venne trasportato a Padova, dove aveva chiesto di poter morire.Giunto però all'Arcella, un borgo della periferia della città la morte lo colse. Spirò mormorando: "Vedo il mio Signore". Era il 13 giugno. Aveva 36 anni. Il Santo venne sepolto a Padova, nella chiesetta di santa Maria Mater Domini, il rifugio spirituale del Santo nei periodi di intensa attività apostolica. Un anno dopo la morte la fama dei tanti prodigi compiuti convinse Gregorio IX a bruciare le tappe del processo canonico e a proclamarlo Santo. La chiesa ha reso giustizia alla sua dottrina, proclamandolo nel 1946 "dottore della chiesa universale". Al termine dei festosi funerali, il corpo del Santo venne sepolto nella chiesetta del conventino francescano della città; probabilmente non interrato, ma anzi un po’ sopraelevato, in maniera che i devoti, sempre più frequenti e numerosi, potessero vederne e toccarne l’arca-tomba. La più importante traslazione avvenne nel 1263, quando, terminata una fase decisiva della costruzione della nuova chiesa, si procedette a trasferirvi il venerato corpo. S. Bonaventura da Bagnoregio, allora superiore generale dei francescani, presiedette la cerimonia. Nell’esaminare i sacri resti, prima di riporli in una nuova cassa di legno, si accorse che la lingua del Santo era rimasta incorrotta. A tale scoperta Bonaventura esclamò: "O lingua benedetta, che sempre hai benedetto il Signore e l’hai fatto benedire dagli altri, ora si manifestano a tutti i grandi meriti che hai acquistato presso Dio". In quell’occasione l’arca con i resti mortali del Santo venne collocata probabilmente al centro del transetto, sotto l’attuale cupola conica (dell’Angelo), davanti al presbiterio. Un’altra traslazione sicura avvenne nel 1310, allorché ultimata la nuova cappella dedicata al Santo, all’estremità sinistra del transetto, le sacre spoglie vi furono solennemente trasportate. Nel 1350 il cardinale Guido de Boulogne venne a Padova per sciogliere un voto al Santo (era stato guarito dalla peste nera) e donare un prezioso reliquiario in cui fu posto il mento (meglio, la mandibola) del santo. Un ultimo probabile temporaneo trasloco si ebbe agli inizi del ‘500, quando venne demolita la cappella gotica del Santo, per far posto alla nuova cappella rinascimentale, inaugurata, seppure incompiuta, nel 1532.

Un’importante indagine sui resti mortali del Santo venne compiuta nel 1981, in occasione del 750° anniversario della morte di sant’Antonio. Una commissione religiosa e una commissione tecnico-scientifica, entrambe nominate dalla Santa Sede, curarono l’apertura della tomba ed esaminarono quanto vi rinvennero. Rimossa l’attuale grande lastra di marmo verde, si trovò una grande cassa di legno d’abete, avvolta in drappi, essa conteneva un’altra cassa più piccola, pure d’abete, dentro cui in diversi involti, sistemati in tre comparti, avvolti in drappi preziosi e con scritte indicative, c’erano lo scheletro, ad eccezione del mento, dell’avambraccio sinistro e di altre parti minori (da secoli conservate in reliquiari particolari). Altri resti ormai ridotti quasi in polvere, la tonaca di lana color cinerino; una lapide con la data della morte del Santo e con quella della ricognizione e traslazione del 1263. L’esame scientifico permise di stabilire con una certa sicurezza anche talune caratteristiche fisiche del Santo (l’altezza, le linee e le proporzioni della testa, del volto, e di altre parti del corpo…).

I sacri resti vennero poi esposti dalla sera del 31 gennaio alla sera del 1° marzo 1981 (per un totale di 29 giorni, febbraio non era bisestile) alla venerazione dei devoti, che accorsero a folle impressionanti. Al termine dell’esposizione, lo scheletro è stato ricomposto e collocato in una cassa di cristallo; questa è stata poi rinchiusa in una cassa di rovere che è stata infine risistemata nella secolare tomba-altare della cappella dedicata a sant’Antonio. Alcuni reperti, in particolare la tonaca, sono ancora esposti nella Cappella delle Reliquie.