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Sant’Antonio nacque in
Portogallo, a Lisbona, nel 1195. Una tradizione barocca indica la data del
15 agosto. Era figlio dei nobili Martino de’ Buglioni e donna Maria
Taveira; la loro casa distava pochi metri dalla cattedrale. A quella fonte
battesimale gli fu dato il nome di Fernando. I primi anni di formazione
li trascorse sotto la colta guida dei canonici del Duomo. Tra i suoi
compagni di studi, vi erano anche ragazzi già orientati alla scelta del
sacerdozio. Molto probabilmente anche da qui nacque l’aspirazione del
giovane Fernando a scegliere il servizio sacerdotale. Ma soprattutto
furono la mediocrità morale, la superficialità e la corruzione della
società a spingerlo ad entrare nel monastero di São Vicente, fuori le
mura di Lisbona, dove fu accolto da
una comunità di canonici regolari di sant’Agostino per vivere
l’ideale evangelico senza compromessi. A
São Vicente dimorò per circa due anni, poi, infastidito dalle continue
visite degli amici, con i quali più nulla aveva a che spartire, ottenne
di trasferirsi altrove, sempre all’interno dell’Ordine agostiniano.
Antonio affrontava così il suo primo grande viaggio, 230 chilometri
circa, quanti separano Lisbona da Coimbra, allora capitale del Portogallo.
Fernando aveva 17 anni. Arrivava in un ambiente dove sarebbe convissuto
con una grossa comunità di circa 70 membri per il corso di 8 anni, dal
1212 al 1220. Sono anni importantissimi per la formazione umana e
intellettuale del Santo, il quale, poteva fare affidamento su valenti
maestri e su una doviziosa aggiornata libreria. Fernando
si dedicò completamente allo studio delle scienze umane e teologiche,
anche per estraniarsi dalle tensioni che attraversavano la comunità
religiosa. Gli anni trascorsi a Santa Cruz di Coimbra lasciarono una
traccia profonda nella fisionomia psicologica e nell’iter esistenziale
del futuro apostolo. Già per indole ci appare un uomo appartato, geloso
del suo segreto, come rinchiuso nei suoi impegni di lavoro che gli
lasciavano ben poco respiro. Diventò, anche per libera scelta, un uomo
privo di ambizioni sociali; restìo a ogni ostentazione ed esibizione di sé
e delle sue doti, diffidente delle polemiche, indifferente alle esteriorità
di qualunque tipo, a meno che non fosse sospinto dal dovere della
testimonianza evangelica. Da Coimbra uscì uomo maturo. La sua cultura
teologica, sostanziata di Bibbia e di tradizione patristica, aveva
raggiunto uno stadio definitivo. A Santa Cruz nel 1220 Fernando fu
insignito del carisma presbiteriale; l’ordinazione gli fu conferita
nella canonìa di Santa Cruz in Coimbra. Per il giovane Fernando venne
disattesa la norma ecclesiastica che fissava a un minimo di 30 anni l’età
per avere accesso al sacerdozio. Verso fine estate del 1220 Fernando
chiese ed ottenne di lasciare i Canonici regolari di sant'Agostino per
abbracciare l'ideale francescano. La
richiesta da parte di Fernando di entrare a far parte dei seguaci di
Francesco d’Assisi matura in previsione di una forte vocazione alla
missione e, in particolare, al martirio di sangue. Nel
settembre 1220, Fernando lascia i bianchi panni di agostiniano per
rivestirsi della grezza tunica di bigello e una corda ai fianchi. Per
l’occasione, abbandona anche il vecchio nome di battesimo per assumere
quello di Antonio, l’eremita egiziano titolare del romitorio di Santo
Antao dos Olivãis presso cui vivevano i francescani. Dopo un breve
periodo di studio della regola francescana, Antonio parte alla volta del
Marocco. L'itinerario da lui seguito, per via di terra e di mare, ci è
sconosciuto. Molto probabilmente, secondo le consuetudini francescane,
Antonio era accompagnato da un confratello, rimastoci però ignoto.
Arrivato nei territori del Miramolino, a Marrakesh o in altra località,
sarà stato accolto in casa di qualche cristiano, ivi residente per
ragioni di commercio o altro. Volendo rivolgersi ai musulmani, il Santo
doveva conoscere correntemente la lingua araba, cosa non ardua per un
lisbonese dell’epoca, oriundo da una zona bilingue. Diversamente,
poteva fare affidamento sul compagno: se non entrambi, almeno uno doveva
essere esperto in quell’idioma. Antonio
non poté dare corso al suo progetto di predicazione perché fortemente
condizionato da una non meglio specificata malattia tropicale. Per
recuperare almeno in parte la salute, decise di ritornare in patria, senza
però abbandonare il suo ideale di martirio. Fu
dunque costretto a ritirarsi dal Marocco, prendendo a ritroso la via del
mare. Ma, a causa di un’imprevista
violenza dei venti contrari, la nave fu trascinata fino alla lontana
Sicilia. Antonio, che le tradizioni raccontano essere sbarcato a Milazzo,
(Messina) era uno sconosciuto fraticello straniero, giovane e senza
incarichi di governo, fisicamente provato. La sua convalescenza siciliana
durò circa due mesi. Informato dai
confratelli siciliani, Antonio lasciò la Sicilia per risalire la penisola
e prendere parte al capitolo generale celebrato in Assisi dal 30 maggio
all’8 giugno del 1221.
Antonio di Lisbona, sconosciuto a tutti perché entrato solo da pochi mesi
nell’Ordine, passò i nove giorni dell’adunanza appartato e solingo,
immerso nell’osservazione e nella riflessione.
Era uno dei tanti, nulla aveva che lo distinguesse. Al momento del
commiato non fu preso con sé da nessuno dei «ministri». Quando furono
partiti quasi tutti i conventuali, Antonio fu notato da frate Graziano,
ministro provinciale della Romagna. Saputo che il giovane frate era anche
sacerdote, lo pregò di seguirlo. In
compagnia di Graziano da Bagnacavallo e d’altri confratelli romagnoli,
Antonio arriva a Montepaolo nel giugno 1221.
Le sue giornate trascorrevano in preghiera, mediazione e umile servizio ai
confratelli. Durante questo periodo il Santo poté maturare la sua
vocazione francescana, approfondire l’esperienza missionaria bruscamente
interrotta, rinvigorire l’impegno ascetico, affinarsi nella
contemplazione.
Le tesi più accreditate riferiscono che sant’Antonio rimase a
Montepaolo fino alla Pentecoste (22 maggio) o al massimo fino a settembre
dello stesso anno. Sulle prime, data
la visione prevalentemente sacrale in cui era tenuto il sacerdote, i
confratelli trattarono Antonio con venerazione. Avendo visto che uno dei
compagni aveva trasformato una grotta in una cella solitaria, gli chiese
con insistenza che la cedesse a lui. Il buon fratello accondiscese
all’appassionato desiderio del giovane portoghese. Cosi
tutte le mattine, compiute le preci comunitarie, Antonio si affrettava
alla volta della sua grotta (ancor oggi devotamente conservata) per vivere
solo con Dio, solo in rigore di penitenze e intima preghiera, in
prolungate letture della Bibbia e riflessioni. Nella sua fervida dedizione alla
penitenza stremò tanto la sua fragile salute con i digiuni, le veglie, le
flagellazioni, che più d’una volta, al suono della campanella che lo
chiamava alle riunioni, vacillava e stava per cascare, se non fosse stato
sorretto da premurosi confratelli. Antonio si accorse che i suoi fratelli
d’ideale coniugavano preghiera e servizio reciproco. Lui, che contributo
poteva portare? Ne parlò con il "guardiano". Conclusero che
egli avrebbe tenuto pulite le povere stoviglie di cucina e spazzato la
casa.
Nel settembre 1222 si tenevano a Forlì
le ordinazioni sacerdotali di religiosi domenicani e francescani. Prima
che il drappello degli ordinandi si recasse nella cattedrale cittadina per
ricevere gli ordini sacri dal vescovo Alberto, si era soliti rivolgere un
sermone ai candidati. Ma nessuno era stato incaricato preventivamente e
pertanto nessuno dei sacerdoti domenicani o minoriti presenti si era
preparato. Arrivato il momento di prendere la parola in pubblico, tutti
ricusarono d’improvvisare l’esortazione di circostanza. Solo il
superiore di Montepaolo conosceva bene le doti di Antonio. L’interpellato tentò di schermirsi. Di
fronte alle insistenze del superiore piegò il capo e prese serenamente la
parola. Man mano che il discorso si dipanava in sonante latino, le
espressioni si facevano più calde e suadenti, originali ed emozionanti.
Egli rivelava, sia pur contro voglia, la profonda cultura biblica, la
coinvolgente spiritualità. Commozione, esultanza, soprattutto stupore
dell’uditorio. Ebbero poi luogo le sacre ordinazioni, si svolsero
secondo il programma i lavori dell’assise capitolare. Ma ormai tutti gli
occhi erano puntati sul fraticello portoghese, obliato eremita, che in
maniera così impensata era proposto al centro dell’attenzione della sua
fraternità. Non risalì a Montepaolo che per dire addio alla sua grotta,
per riabbracciare i confratelli, raccomandandosi alla loro simpatia e
preghiera. S. Antonio inizia così la sua missione
di predicatore in Romagna. Parlava con la gente, ne condivideva
l’esistenza umile e tormentata, alternando l’impegno della
catechizzazione con l’opera pacificatrice; insegnava la scienza sacra ai
confratelli, attendeva alle confessioni, si confrontava personalmente o in
pubblico con i sostenitori di eresie. La Romagna, all’epoca del Santo e per
secoli dopo, era una contrada funestata da una guerriglia civile endemica.
Le fazioni, maggiori e minori, avvelenavano le città e i clan familiari,
disgregando le strutture comunali e seminando dovunque sospetti, congiure,
colpi di mano, vendette. Non bastasse questa maledizione, anche sul piano
religioso si pativa la calamità delle sette, prima fra tutte, nelle sue
ramificazioni, quella catara. La vecchia Chiesa reagiva scarsamente e
male, a causa della sua mediocrità spirituale. Buon gioco avevano dunque
gli eretici che diffondevano teorie distorte e dubbi pericolosi. Proprio a Rimini ha luogo l’episodio
riportato dalla tradizione, secondo il quale sant’Antonio vince la
pervicacia di un eretico che non voleva credere nella presenza reale di
Cristo nell’Eucarestia. Dopo la rivelazione di Forlì, dopo che
per invito dei superiori fu inviato a predicare nelle città e villaggi
della Romagna, sul finire del 1223 ad Antonio viene chiesto anche di
insegnare teologia a Bologna. Per due anni, all’età di 28-30 anni,
come teologo insegna le basilari verità di fede al clero e ai laici,
attraverso un metodo semplice ma efficace. Sant’Antonio è dunque il primo
insegnante di teologia del neonato ordine francescano, il primo anello di
una catena di teologi, predicatori e scrittori, che nei secoli diedero e
danno onore alla Chiesa.
Francesco d’Assisi non voleva che i
suoi frati si dedicassero allo studio della teologia: questa indicazione
fu riportata anche nella regola di vita. Ma per sant’Antonio, viste la
sua solida fede e la sua integrità morale, fece una eccezione
concedendogli di insegnare ai suoi frati. E’ ormai largamente provata, in sede
critica, la sostanziale autenticità della breve lettera fattagli
pervenire dal Poverello. Eccone il testo, in versione italiana,
secondo l’edizione stabilita da Kajetan Esser.
"Al fratello Antonio, mio vescovo,
auguro salute.
Approvo che tu insegni teologia ai frati,
purché, a motivo di tale studio,
tu non smorzi lo spirito della santa
orazione e devozione, come è ordinato nella Regola.
Sta sano".
Il grande francescanista Raoul
Manselli,
scorge nel patentino che autorizzava Antonio a insegnare sacra teologia ai
frati, un "testo di portata normativa" che "ha un valore ed
un significato essenziale per tutta la storia dell’Ordine e va inteso e
spiegato, quindi, nella sua intera portata". Antonio nel suo apostolato itinerante,
sia in Italia che in Francia, allacciò all’intensa predicazione la
formazione catechetica delle nuove leve del movimento minoritico:
"doveva, quindi avere già ricevuto ormai l’autorizzazione che la
breve lettera di Francesco concede in termini tanto sintetici, quanto
rigorosamente e puntualmente formali". Una delle preoccupazioni che
portavano san Francesco a guardare con diffidenza allo studio, era
rappresentata dal divario che egli notava, fra quanto la cultura teologica
insegnava e come diversamente lo viveva. Furono i confratelli a chiedere a
sant’Antonio di avviare uno studio di teologia e di insegnarvi. Essi, vivendo a contatto con le anime,
erano allarmati e dispiaciuti per la situazione d’inferiorità del
giovane Ordine francescano, chiamato da un numero crescente di fedeli a
coprire, assieme ai domenicani, i grossi vuoti lasciati dal clero
diocesano nella conduzione pastorale e nella catechesi. L’iniziativa emulava l’analoga
istituzione, promossa appunto dall’Ordine gemello dei Predicatori, i
quali avevano aperto in Bologna uno studio teologico fin dal 1219, vivente
san Domenico.
Ma... come avrà tenuto una sua lezione il
teologo Antonio?
Secondo il metodo dell’epoca, recepito
anche dal Santo, nelle sue spiegazioni vi era una prevalenza del senso
allegorico. Costante è anche il riferimento alla
Bibbia. Lo stile faceva leva sulla chiarezza di
concetti, l’essenzialità di espressione rifuggente da inutili
ridondanze, la preoccupazione di riuscire persuasivo e pratico, la cura di
coinvolgere interamente la persona (oltre al ragionamento, anche il
sentimento e l’immaginazione) la traduzione dei dettami nel vissuto
quotidiano.
Tra i contemporanei e nelle generazioni
immediatamente successive, il Santo fu ritenuto maestro di sapienza
cristiana, biblista impareggiabile, autore di opere insigni. Uno storico dice che sant’Antonio
possedeva un talento così eminente, da poter servirsi della memoria al
posto dei libri, e che si sapeva esprimere con un’abbondante grazia di
linguaggio mistico […]. La profondità insospettata del suo parlare
accresceva lo stupore dell’uditorio (Assidua). Tutta la curia romana
ebbe modo di ascoltarlo e lo stesso Gregorio IX lo chiamò Arca del
Testamento. Fu in occasione del VII centenario della
morte del Santo, 1931, che fu avviata presso la Congregazione dei Riti,
Roma, la ricerca e discussione sul dottorato di sant’Antonio, in questi
termini:
"Se sia da confermarsi il culto di
Dottore tributato per secoli a Sant’Antonio da Padova e se sia da
estendersi alla Chiesa universale, con ufficio e messa del comune dei
dottori".
Toccò a papa Pio XII l’onore di
concludere affermativamente la procedura storico-giuridica, cosa che egli
compì il 16 gennaio 1946 con il Breve Apostolico Exsulta, Lusitania felix.
Non dobbiamo stupirci del ritardo, ben
sette secoli e più, subìto da Sant’Antonio prima di accedere al culto
di Dottore. Infatti il riconoscimento apostolico non era altro che una
conferma di una prassi consolidata nella chiesa fin dai primi anni dalla
morte del Santo.
Una terra che scotta, un popolo nella
tormenta. Questo è il Meridione della Francia ai tempi di sant’Antonio.
La causa di tanta inquietudine è da
attribuire alle lotte politiche e sociali tra cattolici ortodossi e la
setta degli albigesi, radicatasi da decenni in questa regione. Il Papato, alleato col potere temporale
che ne aveva intravisto il vantaggio economico, combatté in tutti i modi
l’eresia. Ma a nulla valsero le persecuzioni, la
guerra condotta per oltre 20 anni: chi davvero attirò le persone a
riabbracciare la vecchia fede fu la testimonianza multiforme e la parola
suadente di cistercensi, domenicani, francescani, che diedero il meglio di
sé in quest’opera di riconciliazione con la verità nella carità. Tra essi, eminente, la figura del nostro
Santo.
Non si hanno molte e certe notizie del
periodo francese di Antonio. C’è però un termine fisso, il 1226. Antonio fondò il convento francescano di
Limoges. Gli antonianisti anticipano alla fine del
1224 il suo passaggio dall’Italia al sud francese. Proveniente da
Bologna, Antonio passa per la Provenza alla Languedoc, al Limosino, al
Berry. Antonio incontra una regione travagliata dall’eresia albigese,
martoriata dalla crociata, scivolata ben presto in gioco di potenza. Fin
dal gennaio 1217, papa Onorio III aveva esortato i professori di teologia
di Parigi a recarsi in mezzo agli albigesi. Antonio fu inviato, probabilmente con un
drappello di minoriti, come rinforzo qualificato, e ciò per suggerimento
della direzione centrale dell’Ordine, sensibilizzata al problema sia dai
frati già residenti nella zona, sia dalle pressioni della curia papale. Troviamo Antonio insegnante di teologia e
predicatore a Montpellier, ragguardevole centro universitario e roccaforte
dell’ortodossia cattolica, dove domenicani e francescani ricevono
adeguata formazione pastorale-intellettuale al fine di predicare agli
eretici sparsi nei territori circostanti.
Ad Arles San Francesco appare mentre Antonio
predica. Il fatto è certo, ma dubbia è la data.
Lo storico Tommaso da Celano ricorda come
frate Giovanni da Firenze, eletto da Francesco ministro dei minoriti di
Provenza, celebrò un’assemblea capitolare, o nella seconda metà del
1224, oppure nella prima metà dell’anno successivo, durante la quale
Antonio dettò un fervido sermone sulla Passione di Cristo. E mentre egli parlava, frate Monaldo,
vide alla porta della sala dove erano riuniti "il beato Francesco
sollevato in aria con le mani estese a forma di croce, in atto di benedire
i suoi frati". Sant’Antonio svolse il suo sermone sul mistero della
Crocifissione di Cristo, in particolare sulla iscrizione Gesù Nazareno Re
dei Giudei. E’ molto probabile che il Santo, sempre
attento alla trama liturgica innervante l’annata del credente, si sia
ispirato, nel cogliere l’argomento del sermone, allo spunto offerto dal
momento liturgico. Pertanto, è ovvio ipotizzare che il capitolo di Arles
si sia riunito in un giorno contrassegnato dal mistero della croce: il
venerdì santo, 28 marzo 1225; il ritrovamento della Croce (Inventio
crucis), 2 maggio dell’anno stesso; quando non si voglia pensare (e
sarebbe suggestivo e tutt’altro che gratuito) alla Esaltazione della
Croce del ’24, e dunque quando le stimmate erano state appena impresse
nelle carni di san Francesco.
Antonio a Tolosa e a
Limoges: Tolosa, sorge nell’attuale
dipartimento della Haute-Garonne. Le sue origini sono molto antiche.
L’Apostolato itinerante di Antonio non poteva non echeggiare in un
emporio di ideologie quale Tolosa. E’ più che probabile che in questa
roccaforte del neomanicheismo il Taumaturgo abbia anche insegnato teologia
ai frati. Attorno al 1226 Antonio si sposta più a
nord, nei pressi di Limoges. Nella chiesa di St. Pierre-du-Queyroix
Antonio vi tenne una celebre predica, resa emozionante per una bilocazione
attestataci da frà Giovanni Rigaldi. Alla diocesi di Limoges appartiene
l’abbazia di Solignac, sulla Briance. Anche in questo monastero soggiornò
il Taumaturgo, operandovi un prodigio a favore del monaco che gli faceva
da infermiere. Limoges rimane nella storia del Santo
come uno dei centri più significativi. gli rivestì infatti l’incarico
di custode dei francescani della città e del circondario.
Che il Santo sia stato custode di Limoges e territorio, siamo certi,
d’una certezza cinta naturalmente di saggia circospezione, giacché la
testimonianza scritta dista circa un settantennio dagli avvenimenti. Una cronaca del monastero di s. Marziale
di Limoges ci tramanda che Antonio pronunziò il suo primo discorso nel
cimitero di san Paolo, prendendo spunto dal salmo 29,6. Un secondo sermone fu da lui predicato
nel monastero di s. Martino, svolgendo le parole del salmo 54,7: Chi mi
darà ali come di colomba, per volare e trovare riposo? E’ sempre a Limoges che avviene un
altro fatto singolare. Siamo nella chiesa di St. Pierre-du-Queyroix: sulla
mezzanotte del giovedì santo, dopo l’ufficiatura del mattutino, ha
luogo la predica durante la quale il Santo si trasferisce tra i suoi frati
per cantare la lectio liturgica che spettava a lui.
L’anno 1226 vede Antonio sostare anche
a Brive, e nella sua veste di custode dei frati minori, fondare un
convento. Qui il Santo trova la pace dell’ascesi
e della meditazione, per ristorarsi delle snervanti predicazioni
ritirandosi volentieri in alcune grotte appena fuori il borgo cittadino. Qui si dedica alla penitenza e alla
contemplazione. Dopo la sua morte, il suo ricordo rimarrà
sempre vivo tra gli abitanti di Brive, le grotte che egli frequentò sono
divenute un luogo di pellegrinaggio. Dopo le alterne vicende, nel 1874 il
santuario fu riacquistato dai francescani e nel 1895 fu riconsacrato.
Brive è da allora, pur tra qualche difficoltà, il centro nazionale della
devozione antoniana in terra francese. La superba cattedrale di Bourges, puro
gioiello del gotico, salutò il missionario Antonio. Ma egli fu anche a Le
Puy-en-Velay,
nell’attuale dipartimento della Haute-Loire, ai piedi del monte Anisan.
Non è certo se qui vi abbia esercitato l’incarico di guardiano della
fraternità.
Non possiamo determinare la data del
ritorno di sant’Antonio in Italia: per quale motivo fece il viaggio a
ritroso, chi ve lo chiamò, dove prese residenza o, se non ebbe residenza
alcuna, perché continuò a fare il missionario peregrinante. Gli
agiografi antoniani fissano il ritorno in occasione del capitolo generale,
tenuto in Assisi per la Pentecoste 1227, 30 maggio. San Francesco era morto la sera del 3
ottobre 1226: l’assemblea doveva quindi dare all’Ordine un nuovo
ministro generale. Come custode del Limosino egli era
tenuto, per dettato esplicito della Regola, a prender parte al capitolo,
in cui si doveva scegliere il successore di san Francesco. Ma non abbiamo
prove ch’egli ricoprisse ancora questo incarico. Non sapremo mai se fu
frate Elia, colui che forse aveva promosso la sua missione in Francia, a
richiamarlo in Italia per affidargli compiti ancor più complessi e
gravosi. Non sapremo nemmeno se fu frà Giovanni Parenti. Sappiamo solo
che, diretto verso l’Italia, attraversò a piedi la Provenza. Sant’Antonio godette di indiscutibile
stima da parte dei suoi confratelli: così alle già numerose incombenze
si aggiunse anche l’incarico di ministro provinciale del nord Italia,
Romagna inclusa. Chi gli conferì tale incarico? La storia qui si rivela
avara di testimonianze. Circa la durata, la maggioranza degli studiosi
antoniani ipotizza sia durato l’arco di un un triennio, dal 1227 al 1230.
Anche in questa nuova incombenza, Antonio
si distinse in spirito di servizio e di fraternità, sorreggendo,
incoraggiando e guidando i fratelli, con l’esempio e con gli
ammonimenti. Una fonte attendibile tramanda che rimase superiore
provinciale fino a maggio del 1230.
Nella sua attività di ministro
provinciale dell’Italia settentrionale si seppe mantenere fedele al
carisma di san Francesco inserendolo nella complessa mutevole realtà dei
tempi e luoghi. Con le strutture gerarchiche coltivò rapporti da vero
cattolico, evitando conflitti e alimentando un clima di concordia. Ne è
prova la partecipazione personale del vescovo di Padova alla quaresima
antoniana del 1231, come non è un caso che la canonizzazione lampo del
Santo non sia stata inceppata da alcuna protesta o riserva. Un secondo
obiettivo dell’azione pastorale si riproponeva di armonizzare
l’attività del neonato ordine francescano con quella dei vecchi Ordini
religiosi. Seguendo nella trasferta francese, lo abbiamo visto ospite
all’abbazia di Solignac, accolto come in casa propria da quei monaci. Mantenne anche un rapporto di intesa
cordiale con gli antichi confratelli agostiniani. Facendosi francescano,
Antonio non intese fare un taglio col passato; anzi, mantenne tutto quello
che di valido aveva ricevuto e amato in quegli anni a s. Vincenzo e a s.
Croce. Non per nulla il suo rapporto amicale più intenso fu, durante gli
anni italiani, quello coltivato con il parigino Tomaso di s. Vittore,
abate di San Andrea in Vercelli. Antonio, eletto superiore, visitando le
comunità minoritiche, ebbe modo di recarsi a Vercelli, dove rimase
qualche settimana per predicare e incontrarsi con Tomaso di san Vittore.
Questi era giunto a Vercelli nel 1220, fu nominato priore di s. Andrea nel
’24, ebbe il titolo di abate nel ’26. E’ fuori di dubbio l’amicizia fedele
che legò fra loro, in vita e in morte, Antonio e il celebrato abate
Tomaso. Le fonti presentano i due santi in un reciproco rapporto di
maestro-discepolo, da pari a pari, da maestro a maestro, mediante scambi
di esperienze intellettuali.
A Padova, durante la podesteria del
veneziano Giovanni Dandolo (29 giugno 1229 - 28 giugno 1230) la
distensione e la pace tanto sospirate fiorirono nella regione. Ma leggiamo
la relazione di un contemporaneo, il notaio padovano Rolandino:
"Per lo spazio di circa un anno le
città della Marca Trevigiana godettero di tale pace, che quasi tutti
erano convinti che d’allora in poi non ci sarebbero più stati torbidi e
guerre nella regione. Dei religiosi ricreavano spiritualmente pressoché
l’intera popolazione, elevandola alle realtà celesti mediante la
predicazione. E fu in quel momento che, fra altri religiosi e giusti,
giunse il beato Antonio, e in diverse località della Marca annunciò la
parola di Dio con voce affascinante".
L’Assidua afferma che Antonio
scrisse i suoi Sermone per le domeniche durante un suo soggiorno a Padova,
dove frattanto nacque un profondo vicendevole affetto tra gli abitanti e
lui, ma invano vi cercheremmo una espressione cronologica precisa, poiché
il "quando" resta nel vago. Quanto al luogo di residenza, è S.
Maria Matera Domini. Nessuna base documentale suffraga la candidatura
dell’Arsella, ubicazione sostenuta da vari antonianisti, che peraltro
non producono alcuna prova. L’Assiduo 11,7, parlando dell’infaticabile
zelo per le anime che incalzava Antonio a darsi interamente
all’apostolato, annota ch’egli seguitava il lavoro pastorale sino al
tramonto del sole, molto spesso restando digiuno. Predicava, insegnava,
ascoltava le confessioni. Nel suo apostolato, sant’Antonio era
accompagnato da alcuni compagni, e nell’ultimo periodo in particolare
dal beato Luca Belludi. Fu in occasione del capitolo generale del
1230, avvenuto durante la traslazione delle spoglie di Francesco nella
nuova basilica eretta in suo onore, che frate Antonio da Lisbona fu
liberato dagli incarichi di governo dell’ordine.
Per la grande stima che godeva presso i responsabili dell’Ordine
minoritico, gli fu conferito il nuovo incarico di «predicatore generale»,
con la facoltà di recarsi liberamente dovunque riteneva opportuno, e
prescelto, con sei altri confratelli, a rappresentare l’Ordine presso
Gregorio IX.
Antonio ebbe contatti personali con
Gregorio IX? Quando e per quale motivo ebbe a recarsi alla curia papale?
Che posizione assunse nelle questioni concernenti l’evoluzione
dell’Ordine? In quali rapporti fu con il leader francescano, frate Elia?
Le fonti ci indicano una sola urgente questione di famiglia nella quale fu
implicato il Santo: quella che costituì il problema-crisi del capitolo
generale assisano del maggio 1230. Cioè, che valore giuridico bisognava
attribuire al Testamento dettato dal fondatore, san Francesco, poco
innanzi la sua morte? E come si potevano risolvere i dubbi suscitati da
alcuni punti della Regola francescana, che nella rapida e vorticosa
evoluzione dell’Ordine suscitavano perplessità e tensioni? Antonio fece
parte della delegazione espressa dal Capitolo generale per dibattere tali
questioni e chiedere lumi al pontefice. Durante quel soggiorno, prolungatosi
parte a Roma, parte ad Anagni, Antonio si fece conoscere in altissimo loco
per la eminente santità e la straordinaria scienza biblica, e ciò nei
colloqui privati con i diversi dignitari, non meno che nelle sedute, nelle
conferenze spirituali e nelle omelie. Per mandato di Gregorio IX, Antonio
avrebbe rivolto un discorso a una moltitudine di pellegrini, convenuti
nella città eterna da tutto l’orbe cristiano. E, in virtù di un
prodigio simile a quello accaduto agli Apostoli il giorno della
Pentecoste, ognuno degli uditori lo sentì parlare nella propria lingua. Un’erratica tradizione francescana del
Trecento dice che Gregorio IX invitò Antonio a rimanergli al fianco.
"Egli, umilmente rinunciando a tale onore, per attendere al bene
delle anime, dopo aver ottenuto la benedizione apostolica, scelse
d’isolarsi alla Verna. Vi restò per qualche tempo, consacrandosi alla
predicazione e alla penitenza. Di là, si diresse alla volta di
Padova".
Quale rapporto correva tra Antonio e i
responsabili dell’Ordine francescano? Gli agiografi si sono preoccupati
di presentare un Antonio a sé stante, come estrapolato dal movimento
francescano. Possiamo pensare che, regnando tra i frati, durante la fase
primigenia, una spiccata non-omogeneità, il senso di appartenenza fosse
decisamente debole. In fondo, il documento ufficiale, tassativo,
d’identità, la Regola, risaliva a fine novembre 1223. Antonio ed Elia,
per indole, tempra morale, maturità evangelica, ci appaiono molto
distanti. Ma vissero in orbite lontane l’una dall’altra. Non sappiamo
che posto occupasse nella pietà e nella molteplice attività di Antonio
il Poverello di Assisi. Nei suoi Sermoni non ne declina mai il nome, il
che assume un accento enigmatico, specie trattandosi di un’opera tanto
estesa e pubblicata dopo la canonizzazione del Serafico. Antonio fu un
moderato, che si sforzava di coniugare la fedeltà al carisma francescano
con le urgenti richieste dei diversi ambienti dove lo porta l’impegno
pastorale.
A Padova, Antonio fece un paio di
soggiorni ravvicinati relativamente brevi: il primo, fra il 1229 e il
’30; il secondo, fra il ’30 e il ’31, durante il quale venne
precocemente a morte. Sommando i due periodi, si arriva a mettere insieme
una serie di dodici mesi o poco più. Come dire che il missionario non
trascorse nella sua patria di elezione che un anno, in due puntate. Quale Padova lo attirava, lo aspettava,
lo accolse? Tutta intera, nelle sue diverse, talora contrastanti,
componenti. E la troviamo unanime, pochi mesi dopo, ai piedi del suo
pulpito e del suo confessionale; e in seguito appassionatamente impegnata
alla sua glorificazione culturale. Padova gli servì nuovamente come
scriptorium dei suoi commentari biblico-liturgici. Possiamo ipotizzare che
vi trovasse, oltre a un valido sussidio nelle biblioteche, dei
collaboratori a livello di scrivani e magari di aiutanti nella stesura del
testo. I Sermones antoniani vanno considerati come l’opera letteraria di
carattere religioso più notevole compilata in Padova durante l’epoca
medievale. E ancora, la città euganea interessava vivamente Antonio per
la sua università. Egli aveva un debole per i centri di alti studi. Aveva
prediletto, dopo Bologna, Montpellier, Tolosa, Vercelli… Lui stesso era,
sia pure fuori di strutture burocratiche, un emerito cattedratico. Ma dire
università era soprattutto sinonimo di concentrazione di elementi
giovanili. Antonio era un esperto "pescatore di giovani".
Presentisse o meno che il suo peregrinare sulla terra volgeva al termine,
egli aspirava a reclutare nuove leve nell’oneroso entusiasmante incarico
di portatori del Vangelo. Poi, la terra veneta viveva una pace malferma.
Antonio sentiva forte l’invito a intervenire, moltiplicando ogni sforzo
per scongiurare il riattizzarsi dei conflitti. E ancora, non mancavano
nemmeno nella fedele Padova, in forme ora subdole, ora palesi, gli adepti
dell’eresia. Allo spuntar del 5 febbraio, il Santo
sospese la fatica di carta, penna e calamaio. La città viveva un magico
intervallo di pace dentro e fuori dei suoi confini. Si diffuse la voce che
sant'Antonio intendeva predicare giornalmente, prendendo spunto dai testi
offerti dalla liturgia. Ben presto non solo l'angusta chiesetta di S.
Maria, ma le più ampie chiese della città risultarono via via incapaci
di contenere la moltitudine crescente. La gente affluiva a grandi schiere,
dove accoglierla? La voce non faceva problema, essendo Antonio dotato di
un volume vocale d'eccezione. Si riunivano nelle piazze. Ma queste pure si
mostrarono anguste. Anche a Padova, com'era già accaduto in Francia,
l’apostolo si vide costretto a parlare fuori città, in mezzo ai prati.
Nobili e popolani, donne e uomini, giovani e vecchi, praticanti fervorosi
e persone indifferenti o "lontane", galantuomini e mariuoli,
ecclesiastici e laici si disponevano in ordine sparso, aspettando con
pazienza l’arrivo dell’uomo di Dio. Il vescovo Jacopo insieme con
gruppi del clero prendeva parte personalmente al cammino quaresimale, da
lui stesso autorizzato e seguito con la gioia del pastore che vede riunito
il suo gregge in pascoli ubertosi. Di sermone in sermone si dilatava la fama
di quanto stava accadendo a Padova, provocando un continuo accrescersi
dell’uditorio. Una folla incessante si assiepava intorno al suo
confessionale. Era impossibile farvi fronte, sebbene dei confratelli
sacerdoti e una schiera di presbiteri della città cercassero di
alleggerirgli tale fatica. Non gli restava che aspettare il deflusso dei
penitenti al calar della sera. L’Assidua informa che si rassegnava a
rimaner digiuno fino al tramonto. Alcuni accorrevano al sacramento della
penitenza, dichiarando che un’apparizione li aveva spinti alla
confessione e a mutar vita. Testimonia l’Assidua 13,11-13,:
"Riconduceva a pace fraterna i discordi; ridava libertà ai detenuti;
faceva restituire ciò ch’era stato rapinato con l’usura e la
violenza. Si giunge a tanto che, ipotecati case e
terreni, se ne poneva il prezzo ai piedi del Santo, e su consiglio di lui
restituito ai derubati quanto era stato loro tolto con le buone o con le
cattive. Distoglieva le prostitute dal turpe mercato; ladri famigerati per
misfatti, tratteneva dal metter le grinfie sulle proprietà altrui. In tal
modo, compiuti felicemente i quaranta giorni, grazie al suo zelo, raccolse
una messe gradita al Signore. Non posso passar sotto silenzio come egli
induceva a confessare i peccati una moltitudine così grande di uomini e
donne, da non essere bastanti a udirli né i frati, né altri sacerdoti,
che in non piccola schiera lo accompagnavano". Antonio intervenne anche a modificare la
legislazione comunale di Padova. Si tratta di uno statuto relativo ai
debitori insolventi, datato 17 marzo 1231, lunedì santo. Eccolo, tradotto dall’originale latino.
"A richiesta del venerabile fratello
Antonio, dell’Ordine dei frati Minori, fu stabilito e ordinato che
nessuno sia detenuto in carcere, quando non sia reo che di uno o più
debiti in denaro, del passato o del presente o del futuro, purché egli
voglia cedere i suoi beni. E ciò vale sia per i debitori che per gli
avallatori. Se però una rinuncia o cessione o un’alienazione sia fatta
frodolentemente, sia da parte dei debitori, sia degli avallatori, essa non
abbia alcun valore e non porti danno ai creditori. Quando poi la frode non
possa venir dimostrata in modo evidente, della questione sia giudice il
podestà. Questo statuto non possa subire modificazioni di sorta, ma resti
immutato in perpetuo".
Diversi i motivi per cui Antonio si ritirò
nel romitorio di Camposampiero. Il primo è sottaciuto, ma intuibile. Dopo
l’intenso, sfibrante lavoro della quaresima e del periodo pasquale, le
forze del Santo erano pressoché esauste. Seconda motivazione, espressa
dall’Assidua (15,2) ed echeggiata dagli agiografi successivi. Bisognava
sospendere la predicazione e la disponibilità per chi veniva a
confessarsi o consigliarsi, allo scopo di lasciar libera la gente per
attendere alle occupazioni rurali, essendo imminente il tempo della
mietitura. Terzo motivo: isolarsi in una località tranquilla e
difficilmente accessibile, al fine di seguitare e, chissà, ultimare la
stesura dei Sermoni festivi. Quarto movente: allontanarsi dagli occhi
affettuosamente scrutatori dei confratelli padovani, che avrebbero potuto
allarmarsi notando le sue condizioni di salute in crescente peggioramento
e soffrirne. Quinto scopo, il più alto e desiderato: quello di sottrarsi
alla morsa della vita attiva, frastornante e alienante se protratta sopra
certi livelli, per tuffarsi nell’orazione, nel raccoglimento dello
spirito, in vista del grande appuntamento. Possiamo ipotizzare che il Santo abbia
lasciato Padova il lunedì 19 maggio, e pertanto il suo soggiorno a
Camposampiero sia durato, compresa l’ipotetica parentesi dell’andata-sosta-ritorno
da Verona, sui 25 giorni.
Nella tarda primavera del 1231, Antonio
fu colto da malore. Deposto su un carro trainato da buoi venne
trasportato a Padova, dove aveva chiesto di poter morire.Giunto però all'Arcella,
un borgo della periferia della città la morte lo colse. Spirò
mormorando: "Vedo il mio Signore". Era il 13 giugno. Aveva 36
anni. Il Santo venne sepolto a Padova, nella
chiesetta di santa Maria Mater Domini, il rifugio spirituale del Santo nei
periodi di intensa attività apostolica. Un anno dopo la morte la fama dei
tanti prodigi compiuti convinse Gregorio IX a bruciare le tappe del
processo canonico e a proclamarlo Santo. La chiesa ha reso giustizia alla
sua dottrina, proclamandolo nel 1946 "dottore della chiesa
universale". Al termine dei festosi funerali, il corpo
del Santo venne sepolto nella chiesetta del conventino francescano della
città; probabilmente non interrato, ma anzi un po’ sopraelevato, in
maniera che i devoti, sempre più frequenti e numerosi, potessero vederne
e toccarne l’arca-tomba. La più importante traslazione avvenne nel
1263, quando, terminata una fase decisiva della costruzione della nuova
chiesa, si procedette a trasferirvi il venerato corpo. S. Bonaventura da
Bagnoregio, allora superiore generale dei francescani, presiedette la
cerimonia. Nell’esaminare i sacri resti, prima di
riporli in una nuova cassa di legno, si accorse che la lingua del Santo
era rimasta incorrotta. A tale scoperta Bonaventura esclamò: "O
lingua benedetta, che sempre hai benedetto il Signore e l’hai fatto
benedire dagli altri, ora si manifestano a tutti i grandi meriti che hai
acquistato presso Dio". In quell’occasione l’arca con i resti
mortali del Santo venne collocata probabilmente al centro del transetto,
sotto l’attuale cupola conica (dell’Angelo), davanti al presbiterio.
Un’altra traslazione sicura avvenne nel 1310, allorché ultimata la
nuova cappella dedicata al Santo, all’estremità sinistra del transetto,
le sacre spoglie vi furono solennemente trasportate. Nel 1350 il cardinale Guido de Boulogne
venne a Padova per sciogliere un voto al Santo (era stato guarito dalla
peste nera) e donare un prezioso reliquiario in cui fu posto il mento
(meglio, la mandibola) del santo. Un ultimo probabile temporaneo trasloco
si ebbe agli inizi del ‘500, quando venne demolita la cappella gotica
del Santo, per far posto alla nuova cappella rinascimentale, inaugurata,
seppure incompiuta, nel 1532.
Un’importante indagine sui resti
mortali del Santo venne compiuta nel 1981, in occasione del 750°
anniversario della morte di sant’Antonio. Una commissione religiosa e
una commissione tecnico-scientifica, entrambe nominate dalla Santa Sede,
curarono l’apertura della tomba ed esaminarono quanto vi rinvennero. Rimossa l’attuale grande lastra di
marmo verde, si trovò una grande cassa di legno d’abete, avvolta in
drappi, essa conteneva un’altra cassa più piccola, pure d’abete,
dentro cui in diversi involti, sistemati in tre comparti, avvolti in
drappi preziosi e con scritte indicative, c’erano lo scheletro, ad
eccezione del mento, dell’avambraccio sinistro e di altre parti minori
(da secoli conservate in reliquiari particolari). Altri resti ormai ridotti quasi in
polvere, la tonaca di lana color cinerino; una lapide con la data della
morte del Santo e con quella della ricognizione e traslazione del 1263.
L’esame scientifico permise di stabilire con una certa sicurezza anche
talune caratteristiche fisiche del Santo (l’altezza, le linee e le
proporzioni della testa, del volto, e di altre parti del corpo…).
I sacri resti vennero poi esposti dalla
sera del 31 gennaio alla sera del 1° marzo 1981 (per un totale di 29
giorni, febbraio non era bisestile) alla venerazione dei devoti, che
accorsero a folle impressionanti. Al termine dell’esposizione, lo
scheletro è stato ricomposto e collocato in una cassa di cristallo;
questa è stata poi rinchiusa in una cassa di rovere che è stata infine
risistemata nella secolare tomba-altare della cappella dedicata a
sant’Antonio. Alcuni reperti, in particolare la tonaca, sono ancora
esposti nella Cappella delle Reliquie.
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