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La Riviera dei Cedri
La Riviera dei Cedri è il nome che identifica lo splendido
territorio della Calabria noto anche come Alto Tirreno
Calabrese e comprende, tradizionalmente, anche una parte del
territorio montano che si trova immediatamente a ridosso della
zona costiera. Fanno parte della riviera 26 comuni compresi
fra Tortora e Paola. Fra questi ci sono un certo numero di
centri montani che mediamente distano dalla costa non più di
qualche chilometro e quindi facilmente raggiungibili. La parte
montana è costituita da appendici del massiccio del Pollino,
una parte del territorio della Riviera dei Cedri è compresa
nel Parco, e della Sila.
I borghi della Riviera dei Cedri sono veri e propri custodi di
arte e cultura, la cui storia aleggia negli intrecci dei loro
vicoli, nelle architetture dei loro monumenti, nel suono
morbido del loro nome: Tortora, l’antica Blanda enotra, che
ospitò Garibaldi, Aieta, di origini bizantine, Praia a Mare,
S. Nicola Arcella, Cirella, con i ruderi dell’antica città
distrutta da Annibale, Scalea, dalle tipiche viuzze medievali;
e ancora Papasidero e il suo graffito preistorico della Grotta
del Romito, S. Domenica Talao, S. Maria del Cedro, Grisolia,
Maierà, Orsomarso, Verbicaro, Buonvicino, e infine, proteso
sul mare, Diamante, noto in Europa per essere il paese dei
murales. Luoghi ideali dove gli inverni non sono mai così
freddi e lunghi, pietre preziose incastonate in una montatura
idillica, sospesi come sono tra cielo e mare.
Dalle loro abitazioni pendono piccoli balconi impreziositi da
piante grasse, fiori rossi e immancabili ghirlande intrecciate
di peperoncino messe ad essiccare, mentre nei vicoli si
avverte, intenso, l'inconfondibile aroma del basilico. Paesi
unici in cui si respira un’aria diversa, l’aria di quei tempi
antichi dove il rispetto era dovuto e l’ospitalità era sacra.
Allora come oggi. L’oro cresce sugli alberi nella Riviera dei
Cedri , ma per raccoglierlo bisogna mettersi in ginocchio. E
questo non è l’unico motivo per cui il cedro, che qui prospera
rigoglioso, viene detto il frutto di Dio: ogni anno, infatti,
centinaia di rabbini arrivano nell’Alto Tirreno Calabrese per
raccogliere il frutto da loro considerato sacro con cui
addobbare le loro tavole durante il sukkoth, la festa delle
capanne, uno dei principali eventi religiosi dell’anno.
Ma dove c’è il sacro, c’è anche il profano. Così, sulle tavole
di questa terra di contrasti, il frutto di Dio incontra il
diavulillu, l’infuocato peperoncino. La spezia tanto cara a
Giacomo Casanova, compare praticamente in tutti i piatti
tipici -finanche nei cioccolatini- colorando di passione le
cene in Riviera.
Cedro e peperoncino. Un originale binomio tanto apprezzato da
indurre a dedicare loro due istituti di rilevanza
internazionale: l’Accademia Italiana del Peperoncino e
l’Accademia Internazionale del Cedro, che, partendo da questo
lembo di Calabria, curano e diffondono nel mondo tanto la
cultura piccante quanto le virtù del frutto dell’albero più
bello.
Fonte: Wikipedia.org.
Disponibile sotto GNU Free Documentation License
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